Ha saputo attraversare con ironia più di trent'anni di cinema italiano e quarant'anni di teatro (bravissima). Una perfetta padronanza della scena e dei tempi di recitazione. Una delle pochissime in grado di contrappuntare i duetti con i grandi comici della commedia sexy all'italiana degli anni '70. Caratterista eccellente che avrebbe meritato anche maggior considerazione. Sono sicuro che dal Laboratorio Teatrale che aveva fondato tanti anni fa usciranno attori e attrici altrettanto bravi.
*La notte dei resuscitati ciechi di Amando de Ossorio;
*The Brood (La covata malefica) di David Cronenberg
*Society - The Horror di Brian Yuzna;
*La casa del diavolo di Rob Zombi.
Quando il male s'impadronisce completamente della nostra quotidianità, inquinando le istituzioni e la società stessa, la visione di un film horror è solo un felice momento di evasione catartica. L'estetica del bad-taste dell'horror è l'unica possibile per combattere l'orrore del brutto (politico in particolare) in cui siamo immersi
Come detto in precedenza a proposito del passaggio televiso di "Sette note in nero", dopo una lunga stagione nella commedia vieppiù musicale, il più grande "terrorista" del cinema italiano esordisce nel thriller con la rivisitazione hitchcockiana di "Una sull'altra" - che è omaggio a "La donna che visse due volte" - per delineare con il successivo "Una lucertola con la pelle di donna", gli elementi di una poetica dello straniamento volta alla destrutturazione degli stilemi tradizionali del "genere" filmico. Con "Non si sevizia un paperino", uscito nel 1972, il rimescolamento operato da Lucio Fulci è completamento riuscito: demolire il senso stesso del thriller , "contaminandolo", dunque, con l'incubo, con l'inspiegabile, con la rappresentazione iper-realista di immagini scioccanti e ossessivamente disturbanti. Contrariamente alla raffinata linearità del Dario Argento della trilogia animale, a Fulci non importa nulla della "plausibilità matematica del giallo", della costruzione congrua di quei meccanismi di causa-effetto che costituiscono l'architrave narrativa del thriller perchè per questo (straordinario) autore (sì autore...) è fondamentale, al contrario, che quel meccanisimo s'inceppi determinando uno stato di confusione (anche allucinatoria, certamente ai limiti della follia) che intersechi il reale con il sogno, il non-visibile, l'immaginato o l'impossibile... "Non si sevizia un paperino" è in questo senso perfetto nella sua intrisecamente voluta imperfezione matematica (e, forse, per questo fu tanto caro al maestro): Fulci confeziona una storia in cui la ricerca del responsabile di una catena di delitti di bambini fallisce proprio nel momento in cui sembra che sia riuscita alimentando, quindi, l'angoscia e lo spaesamento e, nel frattempo, altri dubbi sono stati disseminati, altri possibili significati individuati... Il fastidio per un sud superstizioso e arretrato che avvilisce la dignità di chi lo abita e che mortifica la modernità...i bambini vittime (due volte) della terribile ignoranza e della povertà che ci stringono il cuore in una morsa di pietà dolorosa ma che, al contempo, replicano i comportamenti "corrotti" degli adulti per sovraesposizione al male che li circonda - la morte a cui sono condannati ci appare quasi l'inevitabile contrappasso all'idea del peccato introdotta da Fulci - la violenza come tratto distintivo e fondante della storia umana nell'orribile e disturbante linciaggio dell'innocente masciara/fattucchiera del paesello (un vero e proprio collasso di senso sulle note della Vanoni e di certo una delle scene più intense della storia del cinema italiano), il personaggio del prete che istituzionalmente custode della purezza e dei valori morali della comunità si rivela, al contrario o proprio per questo motivo, feroce assassino nel "folle" progetto di preservare la purezza infantile... Un geniale "pastiche", dunque, che non mescola i generi ma li smonta grazie soprattutto alla magistrale spregiudicatezza stilistica di Fulci che inizia la messa a punto delle proprie angoscianti soluzioni tecnico-registiche (uso costante di primi piani e di zoom, montaggio veloce a serrare il ritmo...) che troveranno la loro compiutezza negli altri successivi capolavori (in specie horror). Un film che nella sua visionarietà disturbante pone inquietanti interrogativi sul senso stesso della storia umana individuando alla fine, coerentemente con la poetica della crudeltà e del nichilismo di Fulci, un unico vero e solo colpevole: il male. Misterioso, oscuro, inspiegabile: un buco nero della coscienza che determina impacabile il dolore e la morte. Nel cuore della notte - ore 2.50 - su Italia1: l'unico orario possibile, purtroppo, per l'amato Lucio...
In equilibrio fra ironia e dandismo: il blog della graffiante, surrealista penna di "nocturno" Andrea Bruni da qualche tempo arricchitosi dell'imprescindibile "vampire guide". Gemme di cinema "altro" in cui sublime rifulge l'oscura bellezza dell'(h)orrore...
"la sua vita cambierà al Ginnasio per colpa di Enrico Ghezzi che presenta un epico ciclo di visioni notturne (Freaks, Simon del deserto, Il corridoio della paura): una vita rovinata. Per "venerare" il cinema ne ha fatte di tutti i colori: organizzare rassegne nei più remoti anfratti di montagna; scrivere un paio di libri che han venduto meno dell'autobiografia di Iva Zanicchi; impegnare i gioielli di famiglia per farsi mandare dal Giappone i dvd di Takashi Miike. Queste le cose che si porterà nella tomba: l'opera omnia di David Lynch, "Viale del tramonto" di Billy Wilder, "I canti di Maldoror" di Lautréamont, "Murder Ballads" di Nick Cave e l'autografo di Fabrizio de Andrè."
L'approdo al giallo-thriller, prima, e all'horror puro, poi, di Lucio Fulci avviene a cavallo tra gli anni '60 e i '70 dopo una lunga serie di film comici o di commedie (anche musicali, i cosiddetti musicarelli). Una scelta che a molti apparve bizzarra ma che, esaminata a posteriori, fu il principale motivo che ne determinò la consacrazione quale autore tra i più innovativi del cinema di genere. I primi due thriller del maestro romano sono personali rivisitazioni hitchcockiane: "Una sull'altra" è inquietante ed erotico omaggio a "La donna che visse due volte" , "Una lucertola con la pelle di donna", invece, ribalta in chiave orrorifica ed onirica la struttura del giallo di "Io ti salverò". Gli esperti (non di certo la critica italiana che lo disprezzò immotivatamente) apprezzano immediatamente la capacità di Fulci di contaminare in chiave surreale gli stereotipati meccanismi del thriller fino a condurli in un ambito di delirio psicologico. Dopo l'insolito e disturbante "Non si sevizia un paperino" (tra le sue opere migliori) il regista è artefice di prove eterogenee e discontinue: "Il cav. Costante Nicosia demoniaco ovvero: Dracula in Brianza" una pochade grottesca, "I quattro dell'apocalisse" un (ottimo) western, estremo nella sua violenza iper-realista, "La pretora" una commedia erotica di grande successo per la generosa frequenza con cui vengono mostrate le nudità della Fenech (al suo primo nudo integrale). Finalmente - siamo già nel 1977 - Fulci scrive (avvalendosi della collaborazione dei grandi Roberto Gianviti e Dardano Sacchetti) e dirige un altro thriller: "Sette note in nero", il meno grand-guignolesco dei suoi film e, probabilmente, il più raffinato. Se la struttura narrativa dell'opera è in tutta evidenza quella di un giallo tradizionale, Fulci sembra, però, divertirsi a stravolgerla inserendovi elementi parapsicologici (le visioni exstrasensoriali della protagonista) che lambiscono i territtori dell'horror determinando una tensione costante per tutto lo svolgimento del film. L'originalità dell'opera risiede nella sua forza straniante che, al contempo, attrae, atterrisce, respinge e, pertanto, confonde: lo spettatore percepisce - ad un livello subliminale - l'insensatezza dell'agire dei protagonisti (metafora dell'agire umano) che non possono in alcun modo comprendere i meccanismi che determinano i comportamenti criminali e, dunque, prevenirli o modificarli. Compare anche ne le "Sette note in nero" un elemento stilistico che è costante nel cinema di Fulci: l'ineluttabilità "metafisica" del destino umano, opprimente, precostituito e immodificabile. L'arte del maestro è tecnicamente allo zenith (lo sarà per tutti gli anni '70), le soluzioni registiche adottate saranno l'ossessione a venire dei cinefili di mezzo mondo: l'uso innovativo degli onirici, totali bianchi e neri, gli zoom nervosi, i primi piani angoscianti, la telecamera mossa, le citazioni letterarie ("Il gatto e nero" di Poe) e le autocitazioni (la sequenza iniziale della donna che precipita ricorda "Non si sevizia un paperino", il suono del carillon che accompagna l'assassino dell'anziana donna rimada all'inseguimento terminato in chiesa de "Una lucertola con la pelle di donna), il connubio perfetto tra le immagini e la suggestiva colonna sonora dei "fidati" Frizzi, Bixio e Tempera. Troppo innovativo per l'epoca (non ebbe molto successo) rivalutato - purtroppo - postumo da tutti quegli autori che lo hanno - a loro volta - citato: Tarantino in "Kill Bill vol.1", Irvin Kershner in "Gli occhi di Laura Mars", Brian De Palma in "Femme Fatale" o Tony Scott in "Déjà-vu"...passando per "The gift" o "Premonition"...ma l'elenco potrebbe continuare... Italia 1 lo passa intorno alle 4,00 del mattino. Inutile sperare in orari migliori...purtroppo...
È opinione condivisa che l’horror italiano nasca con il film di Riccardo Freda del 1956 I vampiri. Nel saggio dedicato alla pellicola presente in questo dossier si mette in discussione tale affermazione, ma il nostro tentativo di confutazione non sposta la data di nascita del nostro cinema dell’orrore molto più avanti. Tra la fine degli anni ‘50 e l’inizio del decennio successivo produttori e registi scoprono l’horror gotico e, almeno fino agli inizi degli anni ‘70, sui nostri lidi il cinema della paura troverà espressione eminentemente in castelli, nebbie e dark lady evanescenti. L’epopea del gotico italiano si consuma quasi sottotraccia, schiacciata prima dall’ipertrofia del western e, più tardi, dall’ultramodernità del giallo argentiano. Ciononostante l’horror gotico italiano è una realtà creativa, produttiva e commerciale rilevante nel cinema popolare degli anni Sessanta.
Il cinema di genere - soprattutto quello italiano - non è stato solo trend passeggero (trend durato peraltro più di vent'anni) ma ha rappresentato un patrimonio di professionalità ed esperienze che ricollocato nella nostra contemporaneità e supportato economicamente potrebbe costituire davvero il punto di partenza per un rilancio della stanca cinematografia italica. Purtroppo, al nostro cinema (anche a quello d'autore in verità) non mancano certamente le idee o la volontà o gli attori quanto semplicemente...mezzi produttivi autonomi. A partire dagli anni '60 fino ai primissimi '80 nel nostro paese la quantità di pellicole girate ed immesse nel circuito delle sale era così elevata da consentire la totale autosussistenza del mercato cinematografico stesso: pertanto, gli incassi dei films - soprattutto di quelli più popolari - non solo erano sufficienti a coprire i costi di lavorazione ma consentivano anche ai produttori di rischiare investendo in giovani autori commercialmente meno dotati di appeal. Verso la metà degli anni '80, però, la situazione è profondamente mutata con l'avvento della televisione commerciale che ha non solo determinato il declino del cinema nel senso di un approccio differente alla fruizione "strictu sensu" di un film ma ha modificato soprattutto le modalità e l'ottica produttiva stessa. La forza economica della televisione (testimoniata, peraltro, dal fatto che persino la quasi totalità delle sale cinematografiche appartengono o alla galassia Mediaset o alla Rai tramite Cinecittà e l'Istituto Luce) è, dunque, l'architrave di una cinematografia (quella italiana) che orienta tutti i suoi progetti ai successivi passaggi sul piccolo schermo e alla vendita di spazi pubblicitari. Questo spiega perchè i più grandi registi di cinema di genere abbiano smesso di girare o abbiano realizzato scadenti fictions televisive in cui prevale l'auto-censura sulla sperimentazione (anche sgangherata ma vitale) del passato. Nulla lascia presagire un cambiamento di questo deprimente status quo: agli autori di maggior valore (penso al bergamasco Roger Fratter) non rimane altro, purtroppo, che l'home video o il mercato estero (soprattutto quello asiatico) dove l'interesse per il cinema di genere è in crescita. All'appassionato non resta che il culto nostalgico dei film degli autori di un glorioso passato (più o meno recente) o attraverso il recupero personale di vecchie opere o mediante rarissimi passaggi televisivi: con l'ausilio, dunque, di quel mezzo che ne ha impedito la prosecuzione e che ne ha anestetizzato gli stilemi estetici. Infatti, al solito impossibile orario (2,15) stanotte rete4 manda in onda, per la regista di Alberto De Martino, uno dei più stravaganti quanto interessanti esempi di horror degli anni '70: "Holocaust 2000"(1977). Il film s'inserisce nell'ambito del filone - così detto - esorcistico, ispirato dunque alla celebre opera di William Friedkin che fornì più d'uno spunto al cinema italiano, che De Martino aveva già affrontato nel '74 in maniera convincente ma didascalica con "L'anticristo". (...segue nei commenti...)
Un film che non saprei ricondurre ad un genere preciso. Infatti utilizza linguaggi differenti, a volte sembra un reportage a volte un film d'autore con linguaggio classico. Nelle mie intenzioni laddove c'erano "tagli", questi dovevano essere ben visibili, cioè contrariamente al linguaggio classico del cinema dove i "tagli" non si dovrebbero vedere...qui si devono vedere benissimo ! In pratica sul taglio lo spettatore deve capire che è "saltato" qualcosa, è stato tolto un pezzo! Così come capita nei reportage. (Roger Fratter)
RAPPORTO DI UN REGISTA SU ALCUNE GIOVANI ATTRICI
Regia di ROGER A. FRATTER
con ROGER A. FRATTER (Antonio Speller), INGA SEMPEL (Paola), ROBERTA SPARTA' (Tosca), JILL CAMPBELL (Mara), ROBERTA PETROBONI (la studentessa), STEVE BROOKS (Lorenzo) e con SIMONE SCAFIDI (Giordano) SILVIA BRANDO, BARBARA GHISLETTI, MONIKA MALINOWSKA, LAURA MANCINELLI, BARBARA PERSONENI, VERONICA BONAZZI, ELISABETTA MANDELLI, VALENTINA VARINELLI
Soggetto e sceneggiatura di ROGER A. FRATTER Direttore della fotografia LORENZO ROGAN Montaggio ROGER A. FRATTER Musiche originali di MASSIMO NUMA e TEO USUELLI Edizioni musicali WEST / BEAT Records
Anno di produzione: 2008 Durata : 90 minuti circa Genere: Sperimentale Formato: Widescreen Letterbox
“Quello che ho voluto dire con questo film è che la vita è davvero un terribile incubo e che il nostro solo rifugio consiste nel rimanere in questo mondo ma al di fuori del tempo. Alla fine i due protagonisti hanno raggiunto quello che molte persone credono essere l’altromondo”. Apocalisse fantasmagorica, nichilismo prossimo venturo, inesorabilità della morte. Quasi del tutto privo di un corente plot narrativo. Quando trattasi di orrore...a che servirebbe? Perso nel flusso di un'angoscia visionaria. Summa del Fulci-pensiero: dunque, coerentemente estremo. Implacabile. L'ipostasi dell'horror fine a se stesso. Ripeto quanto già detto altrove... "E tu vivrai nel terrore - L'Aldilà". Alle 4.20 del mattino su Italia1. Non l'avete mai visto? La televisione vi concede un'altra possibilità. Non sprecatela.
Parlando con l'immenso Filippo - mio personale maître à pensèr - di quei film di genere che più hanno colpito il nostro immaginario (io ad esempio sono ossessionato in questo periodo da Jean Rollin: non riesco a vedere e pensare ad altra cosa cinematografica), ci si chiedeva quali pubblicazioni - strumenti letterari ad usum quindi - potessero aiutare l'appassionato ad orientarsi nell’oceano de "il cinema di genere". Atteso che ritengo continueremo - entrambi - a tediarvi con questa nostra passione (specchio - in fondo – anche di una qualche debolezza intellettuale non nego), di seguito riporto qualche indicazione che a mio avviso è imprescindibile per la comprensione di un fenomeno che non è stato solo trend passeggero (trend durato peraltro più di vent’anni) ma soprattutto ha rappresentato un patrimonio di professionalità ed esperienze. Tralascio quasiasi considerazione di natura estetica....il cinema di genere, liquidato superficialmente, opportunamente ricollocato nella nostra contemporaneità ed economicamente supportato, potrebbe costituire davvero il punto di partenza per un rilancio della stanca cinematografia italica. Operazione questa che risulta molto difficile in un paese totalmente appiattito sulla televisione…che si sbatte tra suocere, grandi fratelli, paoli bonolis, buone domeniche, pupe, maurizicostanzi, fabrizicorone, secchioni, mariedefilippi, simoneventure e brunivespe. Dunque, in ordine d’importanza: *L’irrinunciabile “Città violente – Il cinema poliziesco italiano” di Antonio Bruschini e Antonio Tentori, Tarab, Firenze 1998; * “Dizionario dei film italiani STRACULT” di Marco Giusti, Sperling & Kupfer, Roma 1999 e successivi aggiornamenti; * “Spaghetti nightmare – Il cinema italiano della paura e del fantastico visto attraverso gli occhi dei suoi protagonisti” di Luca Palmerini e Gaetano Mistretta, M&P, Roma 1996; * “Il terrorista dei generi. Tutto il cinema di Lucio Fulci” di Paolo Albiero e Giacomo Cacciatore, Un mondo a parte, Roma 2003; * “Spazzatura – la prima guida mondiale al trash” di Giuseppe Salza, Theoria, Roma 1994; * "Italia odia – il cinema poliziesco italiano" di Roberto Curti, Lindau editore, Le comete, 2005; * “Viuuulente, putente, tremendamente terrunciello” di Paolo Fazzini e Andrea Pergolari , Un mondo a parte, Roma 2004; * " Le donne preferiscono le donne", l’ultimo romanzo di Fernando Di Leo per Nocturno dossier n.19, 2001; * "Remake: il cinema e la via dell'Eterno Ritorno" di Pietro Piemontese, Castelvecchi, 2000; * “ Trash cinema – guida al delirante universo dei film deteriori” di Cap’s sensibol’s, Tunnel, Bologna 1996; * “Malizie Perverse - Il cinema erotico italiano” di Antonio Bruschini e Antonio Tentori, Granata Press, Bologna 1993; * “Erotismo, orrore e pornografia secondo Joe D'Amato” di Gordiano Lupi, Profondo Rosso - Roma 2003; * “Tomas Milian, il trucido e lo sbirro” di Gordiano Lupi Un mondo a parte, Roma 2003. Preciso in ogni caso che qualsiasi saggio – e son tanti - scritti da Antonio Bruschini e Antonio Tentori o da Gordiano Lupi andrebbe bene così come le pubblicazioni edite da Un mondo a parte di Roma o le monografie di Nocturno cinema. Sono graditi, comunque, altri suggerimenti in merito. continua....
Nel giorno in cui, grazie al lodo Al***o, si compie la definitiva monarchizzazione dell'Italia e, purtroppo, viene arrestato a Londra il miglior attore del mondo (il complotto giudo-pluto-massonico della spectre internazionale giudiziaria non conosce soste)...le buone notizie sono due. La brasiliana Natalia Andrade diventa, finalmente la più cliccata del web e Quentin Tarantino scioglie le riserve. Infatti, tra settembre ed ottobre inizieranno le riprese dell'attesissimo "Inglorious Bastards" il remake-omaggio ad uno dei più importanti cult del cinema di genere di ogni tempo: "Quel maledetto treno blindato" diretto da Enzo G. Castellari nel 1977. Di certo il più bizzarro e straniante "macaroni cambact" che si sia mai visto sullo schermo. Top secret la sceneggiatura scritta da Tarantino ed una certezza: un maestro del cinema analogico come il nostro BVZ Quentin difficilmente riprodurrà le incongruenze anche tecniche (per lo più dovute al basso budget) dell'originale. Alla fine, però, l'autore di Pulp Fiction riuscirà a dare corpo ad una sua vecchia ossessione: quella di ri-fare un film che ha già ampiamente ultra-citato nel corso della sua carriera. Per la gioa - aggiungo io - dei cinefili di tutto il mondo.
La programmazione di “Profondo rosso” - stanotte alle ore 1.50 su canale 5 - ci fornisce l’occasione di parlare del talento del visionario regista romano…la cui grandezza non può essere confinata nell’interminabile post sul cinema di genere. L’importanza di Dario Argento per la crescita “autoriale” prima del thriller e poi dell’horror italiano non solo è pari ai grandi pionieri nostrani degli anni ’50 e ’60 – Mario Bava, Riccardo Freda e Antonio Margheriti in particolare – ma probabilmente superiore se solo dovessimo pensare al culto che continuano a tributargli molti registi contemporanei del calibro di Tarantino, Raimi, Carpenter che lo hanno scopiazzato a man bassa… Il flop de “Le cinque giornate”, sorta di peplum risorgimentale postmoderno dotato di surreale comicità, spinge Argento a ritornare al giallo affidandosi alla penna di Bernardino Zapponi, già coautore di Federico Fellini…in una sorta di remake de “L’uccello dalle piume di cristallo” che lo aveva consacrato al successo del grande pubblico e che aveva rappresentato il punto di partenza della fortunatissima “trilogia animale” (il cui capitolo più riuscito era stato il conclusivo acclamatissimo “Quattro mosche di velluto grigio”). “Profondo rosso” sarà il film argentiano a denominazione di origine controllata, il film della vita…quello migliore. Come già nelle produzioni precedenti – ma in maniera più raffinata – emergono le straordinarie qualità tecniche del regista: un montaggio sperimentale che rimanda alla nouvelle vague, l’utilizzo maniacale della “soggettiva” che mediante sconvolgenti ingrandimenti fotografici consente allo spettatore una visione intra-filmica, il gusto per dettagli apparentemente insignificanti, la capacità di riprendere le architetture metropolitane che rimanda all’espressionismo del cinema tedesco di Fritz Lang… Se nella trilogia, però, l’obiettivo del maestro era hitchcockianamente la tensione emotiva, qui è l’incubo in cui si sprofonda, la paura che ci avvolge in una perfetta alchimia tra immagini e colonna sonora. Contravvenendo alla logica della “plausibilità matematica” del giallo, Dario Argento sembra occuparsi più del dettaglio che dell’insieme…ben sapendo che è il particolare a imprimersi nel subcosciente dello spettatore. I delitti, pertanto, sembrano dei micro-film a sé stanti in cui quello che più conta è la rappresentazione efferata della violenza e non degli elementi utili alla ricostruzione delle motivazioni del delitto stesso e, dunque, alla individuazione del colpevole. Nonostante il plot sia ascrivibile al thriller, “Profondo rosso” (magnifico titolo che espressionisticamente rimanda ad un assoluto grand-guignol) è “prove tecniche” di Argento verso il delirio horror, nel fantastico puro. Un capolavoro che alla perfezione e pulizia visiva aggiunge la qualità eccellente della colonna sonora. Abbandonate, infatti, le sperimentazioni elettroniche di Morricone, la musica composta dal jazzista Giogio Gaslini viene goticamente arrangiata dai Goblin. Un film indimenticabile.
..alla bancarella di un cingalese in roma, zona policlinico, ho trovato (per soli tre euro) il dvd dell'incredibile film di mario bava CANI ARRABBIATI (noto anche col titolo di "Rabid dogs" o ancora "Semaforo Rosso"). non ho visionato il film, nè so in che tipo di versione mi sono imbattuto (ne circolano alcune uncut, altre tagliate e rimontate ad minchiam... alcune di buona qualità, altre pessime.....) ..so solo che Quentin Tarantino, per le sue Iene, deve averlo visto e rivisto centinaia di volte....
tra avventura e mondo movie, mercoledì 10 ottobre alle 3:45, Italia 1:
La montagna del dio cannibale
Harry Stevenson è un etnologo che ha deciso di andare in un'isola della Nuova Guinea ad esplorare una montagna considerata tabù. La moglie Susan e il cognato Arthur, preoccupati dal fatto che di Harry non si hanno più notizie da tempo, partono alla sua ricerca. Li accompagna Edward Foster, amico di Harry e alcuni portatori locali. La spedizione nella foresta si rivela subito piena di pericoli e funestata dall'apparizione di misteriosi selvaggi.
Produzione Italia Anno 1978 Regia :: Sergio Martino
...e a proposito di orchidea (che poco fa ho visto meravigliosamente on line).
con queste parole, il Centro Cattolico Cinematografico esprime il proprio giudizio morale sul film di Sauro Scavolini "amore e morte nel giardino degli dei" (italia, 1972).
Vicenda ambientata in una villa di Spoleto, ai giorni nostri, che pretenderebbe illustrare i grovigli psicologici di due coppie. Prevalgono i toni decadenti, le immagini licenziose e compiaciute. Innumerevoli le incongruenze narrative (passaggi dal discorso diretto a quello indiretto) e persino logistiche (Spoleto o Gubbio?). La complessità psicologica dei personaggi è solo enunciata, mai approfondita. Il risultato è un fumetto decadentistico, barocco, condito con illustrazioni erotiche di maniera. Più che di amore e morte si può parlare di erotismo e sadismo. Inaccettabile/licenzioso.
io purtroppo non l'ho mai visto. nick, sai dirci qualcosa di meglio?