Dopo esser stati gli alfieri di un sound art-rock che guardava ammirato le rumorose dissonanze dei Sonic Youth, il trio cosmopolita - ma di stanza newyorkese - dei Blonde Redhead (i fratelli Pace sono italiani ma hanno vissuto prevalentemente in Canada, la vocalist Kazu Makino è giapponese) ha intrapreso un lungo percorso "pop" che, embrionale in "Misery is a Butterfly", dove convivevano felicemente sperimentazioni nevrili e leggerezza melodica, sembrava essersi compiuto con l'ultimo "23" in cui la tensione chitarrisitica diventava residuale in favore d'una facile fruizione sonora. Il disco appariva come una sensuale malìa in cui perdersi languidi, avvolti dalle morbidi sovrapposizioni vocali e dalle oniriche raffinatezze dream-pop in curiosa osmosi con quella matrice musicale che da sempre è il marchio di fabbrica della loro casa discografica, la 4AD. Tre anni dopo, il ritorno sul mercato discografico con l'imminente "Penny Sparkle", in uscita il 14 settembre, sembra pensato apposta per allontanare definitivamente i fans della prima ora, legati agli esordi noise, disorientati prima da "Misery is a Butterfly" e molto perplessi, poi, con "23". Registrato tra New York e Stoccolma con l'ausilio di produttori straordinari, il disco si presenta completamente asciugato da qualsiasi fronzolo sonoro per abbracciare la tendenza d'un minimalismo elettronico austero e formalmente perfetto da cui emerga la fragile eleganza vocale di Kazu che ha ricevuto il compito, differentemente dagli altri lavori, di cantare in quasi tutti i brani (9 su dieci). La ritmica, ridotta all'osso, è affidata all'ausilio d'una drum machine per sostenere melodie di un qualche gusto radiofonico arrangiate con rarefatta delicatezza a definire un'atmosfera di inquieta e sintetica sospensione sonora. Un po' ovunque si percepisce la malinconia di certi brani synth-pop degli anni '80 più new-wave (si ascolti, ad esempio, la sublime "Not getting there" o il crepuscolo metafisico di "My plants are dead") che nella meravigliosa "Will there be stars" o in "Love or Prison" s'oscura più darkeggiante e, altrove, invece, si dilata in morbidezze cinematiche che evocano il Bristol-sound ("Black guitar" in cui s'apprezza la contrapposizione vocale maschile-femminile) in un'alternanza di rimandi, pertanto, che dai Depeche Mode va ai Cure, ai Lush ma anche ai Massive Attack e ai My Bloody Valentine... Un disco, in definitiva, che regala suggestioni cerebrali più che slanci emotivi perchè i Blonde Redhead sono molto lontani da un'idea musicale che includa l'immediatezza empatica tipica del rock: il loro è (ormai) un compiuto dandyismo sonoro che guarda algido le macerie d'un mondo in disfacimento, avviluppato in una autocompiaciuta sadness che esclude snobisticamente le miserie altrui... (...segue nei commenti..)
Prendete alcuni tra i più famosi brani di gloriose e vetuste hard-rock-bands degli anni '70 e '80, alleggeriteli dall'enfatico-rumoristico fardello chitarristico e conferite loro un arrangiamento orchestrale incentrato essenzialmente sugli archi e sui fiati che esalti la vocalità dell'interprete e la linea melodica affidata al pianoforte e alla chitarra acustica. Avrete ottenuto canzoni nuove: un raffinato melànge soul-pop in cui convivono felicemente freschi elementi twee con l'antica vivacità rock. Avrete ottenuto "Minor Misdemeanors" il nuovo lavoro degli svedesi Hellsongs che, dopo l'esordio di "Songs in the key of 666" e l'ep "Pieces of heaven a glimpse of hell" (che vi consiglio di recuperare), ci regalano dieci cover-gioiello o, per meglio dire, dieci (re)interpretazioni diverse di altrettanti metal-anthem. Il primo singolo estratto è "Heaven can wait", celebre brano degli "Iron Maiden", il cui video potete guardare qui:
accativante allegretto lounge che ricorda le performances più convincenti degli "Swing out sisters" ma anche le altre interpretazioni non sono inferiori. In particolare entusiasma chi vi scrive la trascinante "School's out" dell'Alice Cooper migliore, trasformata per l'occasione in un allegro college-hymn dall'elegante riff trombetta+congas, il fischiettare elettricamente lontano e la malinconia viola di "Rubicon crossings", l'introspettiva tensione della bluesggiante "Youth gone wild" degli Skid Row. A dire il vero, comunque, è l'intero disco ad affascinare senza conoscere momenti di cedimento o di ridicola forzatura, presenti (ad esempio) nelle analoghe operazioni dei "Nouvelle Vague" di Marc Collin e Olivier Libaux. Negli "Hellsongs", al contrario, non c'è alcun languore snobistico - tipico (talvolta) dei colleghi francesi - o il desiderio spasmodico di rincorrere l'arrangiamento più modaiolo: il trio svedese dimostra, infatti, (auto)ironia definendosi "la metal band più gentile del mondo", gusto e competenza (i musicisti del gruppo Kalle Karlsson e Johan Bringhed sanno districarsi con abilità nel magma sonoro hard-rock estraendone con sicurezza la melodia portante). La voce di Siri Bergnéhr, subentrata a Harriet Ohlsson, inoltre, riesce ad essere indifferentemente sensuale al pari di una soul-singer di colore, spensierata e allegra come una twee-popper in labrador style e, persino, intensamente bluesy. Non perdete tempo, dunque: affrettatevi ad ascoltare uno dei progetti musicali più interessanti di quest'anno. Per la cronanca ci sono anche brani dei "Guns 'N Roses", "Slayer", "ACDC", "Judas Priest", "Pantera" e "W.A.S.P.": i dinosauri del rock, questa volta però, si sono trasformati in farfalle pop...ci svolazzano intorno e ci allietano con colorata levità... (...segue nei commenti...)
Quattro brani completamente acustici, dedicati (!?) nella titolazione a celebri film degli anni '80 (“Guerre Stellari”, “Karate Kid”, “Ritorno al futuro” e “Ghostbusters” nell'ordine). Una chitarra elettrica, una acustica, un basso: nessun altro tipo di percussione. Una voce disperata che s'impenna rabbiosa nella declamazione di amori giovanili passati - ormai abbandonati nelle pieghe della memoria - tra lo spirito Jedi, una Delorian, spade laser e molari rotti, kimono improvvisati con asciugamani, Darth Vader, frigoriferi rumorosi infestati da fantasmi e porte cigolanti...in un desolante ambito di incertezza esistenziale a (non) definire un orizzonte privo di prospettive di senso che pietrifica i gesti e le emozioni rendendo(ci) quasi immobili, lenti come quel “Triceratopo” che è anche il nome del trio autore di questo (piccolo) progetto. Ovunque nel disco si respira aria di dolorosa nostalgia per ciò che non è più (se mai lo è stato) e non potrà essere com'era: la perdita ma anche la mancanza – come direbbe il filoso e scrittore Sergio Moravia - di ciò che abbiamo passato a rincorrere tutta la giovinezza o la vita - l'amore ma anche un ideale o una passione...qualsiasi cosa insomma che ci potesse regalare anche un solo istante di felicità – per poi rimpiangerne l'assenza nei giorni successivi alla sua immancabile scomparsa. Il passare degli anni scandisce un rimpianto nostalgico rivolto soprattutto nei confronti della giovinezza stessa sepolta dalle macerie dell'incombente età adulta nella consapevolezza che il tempo andato sia finito e non c'appartenga più per goderne gli eventuali benefici e nella consapevolezza dell'impossibilità di ritornare indietro per correggere gli errori commessi (“Ritorno al futuro”). Alla nostalgia del passato non fa il paio, però, ne “Il Triceratopo” la speranza nel futuro, la capacità, cioè, di trasformare tutto questo vagheggiare in un progetto solido quasi che la furente malinconia (mi si perdoni l'ossimoro) che pervade il disco impedisca anche la possibilità stessa di immaginarlo e pianificarlo precipitando l'esistenza in una sorta di limbo nebuloso popolato dai fantasmi dei propri ricordi (“...mi guardano, ricordano e mi dicono che tu non sei più qui...e non mi fanno dormire neanche stanotte, il frigo fa rumori strani, cigolano le porte...” da “Ghostbusters” ). In un certo senso, pertanto, questo “Volume I” de “Il Triceratopo” - pur nutrendosi d'un immaginario cinematografico suggestivo ma ormai datato nel tempo e quindi quasi sconosciuto ai più giovani – veicola universalmente la condizione di totale disillusione esistenziale che è peculiare della generazione contemporanea a questi anni terribili ed indefiniti, sospesa anch'essa in uno stato di anaffettività vaga ed inconcludente, compressa in un “hic et nunc” ostile tra la labile memoria d'un (grande) passato che non può essere presente e l'incertezza d'un futuro che non è ancora (con tutto il suo carico di incognite). Qualunque siano gli sviluppi, comunque, di questo progetto (per comunicare i componenti del gruppo Gilbe, Moris e Simone – seppur non alla prima esperienza musicale – hanno solo una pagina facebook, non ancora un sito proprio), al di là delle possibili imperfezioni stilistiche e della scarna veste sonora (un folk cantautorale di pochi accordi, essenziale ma diretto al viso come un fendente ben assestato) non riesco a pensare in questo periodo a nulla che sia più struggente e poeticamente naïf di questi brani. “Da piccolo il mio dinosauro preferito era il Triceratopo”...bhè ...da oggi anche il nostro... (Courtesy of Musicletter )
…purtroppo Gilberto Valsecchi (componente del trio, conosciuto come “Gilbe”) è venuto a mancare, stroncato da un infarto, sabato scorso, a soli 27 anni. Il musicista, cantante e grafico, lascia un vuoto incolmabile tra gli amici e tra quanti (compreso il sottoscritto) apprezzavano il progetto musicale intrapreso. La morte non si può commentare: la morte così violenta, prematura, di un ragazzo d’enorme talento ci angoscia sgomenti. Un abbraccio ideale a Moris Colombo (chitarra-voce) e a Simone Zimo: a settembre avrebbero inciso i nuovi brani che avrebbero fatto parte del disco. Coraggio ragazzi: sarà dura…ma spero che continuerete a fare musica...
Dunque: mangiare, bere, baciare, fare l'amore, ascoltare buona musica, guardare uno splendido paesaggio, tuffarsi in una piscina quando fa troppo caldo, circondarsi di cose belle, guardare i bambini giocare, andare in bicicletta le sere d'estate, suonare la chitarra alta sapendo di avere amici che ci amano, sentire l'odore dei fiori, vincere una partita di tennis, guardare le nuvole passare sopra la testa, scrivere una buona canzone, non fare nulla... Costruire il mondo "nuovo" (certamente diverso da quello in cui trasciniamo la vita) che esiste intatto nelle nostre menti...lì in una delle tante piccole "Roanne" dove abbiamo passato l'infanzia distante appena "406" chilometri (forse più o forse meno) da una qualsiasi grande e caotica "Marsiglia" oppure a "Shimera" - o, comunque, in qualche altro luogo immaginario - novella arca di noè dove trasferire quanto abbbiamo di più caro... Il bizzaro pop mutante di "Une vie de plaisir dans un monde nouveau" è la veste sonora di tutto questo: di un disco che oscilla in continuazione tra la nostagia di un impossibile "totalmente altro" che abbia i contorni, però, di un eden laico e l'allegria festatiola con cui esorcizzare la propria inquietudine per ridere di se stessi e delle altrui miserie ("La vraie vie des milliardaires") Un pop "schizofrenico" (almeno quanto il mood percepito) che unisce con spregiudicato azzardo le schitarrate post-punk degli anni '80 del '900 ("Fauvisme" sembra venire direttamente dagli "Stranglers" o dai "Wire") agli arpeggi di synth ("Madnight summer dream" è ode agli "Watoo Watoo") definendo gli ambiti di un'estetica talvolta parodisticamente kitsch (quando il verso sonoro è electro-oriented) oppure proto minimalista (vedi il caso di "Pendant ce temps là au chateau" altro rimando ai "Daft Punk" più eighties). Quest'opera, in ogni caso, appare eccentrica ed indefinibile: tutto sommato breve nel minutaggio e di immediata fruibilità musicale ma al contempo intensa nell'instancabile gioco di rimandi sonori e di metafore immaginifiche. Il prodotto di un genio di nome Romain Guerret...potete chiamarlo, se volete, Dondolo. (...segue nei commenti...)
L'Italia assume sempre più i contorni di un tetro palcoscenico dell'orrore. Inguardabile perchè osceno(a). Come dev'essere l'orrore... Invecchiamento della popolazione - e, dunque, incapacità di vedere e progettare il futuro - disgregazione del tessuto sociale, crisi finanziaria e declino economico, corruzione e mancato rinnovamento delle classi dirigenti, legislazione razzista, repressiva violenza istituzionale, prove tecniche di secessione travestita da federalismo, imbarbarimento culturale... Quest'ultimo, forse, il problema più grande perchè quello da cui probabilmente discendono tutti gli altri... Un paese "laboratorio" in cui si consuma (caso unico nell'occidente) l'esperimento "estremo" di una pseudo-democrazia-autoritaria, spregiudicatamente eterodiretta con la manipolazione dei mezzi di comunicazione. Una sofisticata forma di neo-fascismo-televisivo. Drammatica deriva di una nazione che ha perso memoria della sua straordinaria storia passata e che, al contraio, dopo secoli di accumulazione di un immenso patrimonio artistico, attraverso le molteplici suggestistioni paesagistiche di un territorio non ancora completamente sfregiato dalla modernità, avrebbe tutti i presupposti per essere avanguardia della bellezza, leader del gusto e, in definitiva, avamposto di elaborazione di nuove forme di rinascita culturale. Negli anni '60 - e per una buona parte degli anni '70 - del '900, quando l'Italia era punto di riferimento nel mondo per il design industriale e non, riconosciuto centro del "bon vivre", i grandi cantanti stranieri rendevano indirettamente omaggio al nostro stile inconfondibile incidendo nella lingua di Dante i propri pezzi di maggior successo oppure portando in giro per il mondo brani dei nostri autori più prestigiosi. Persino nei territori della pop-rock-music, terreni di conquista anglosassone, e ben al di là del mainstream sanremese, comunque dignitosissimo, musicisti straordinari hanno lasciato un segno indelebile: Ennio Morricone, Armando Trovajoli, Piero Umiliani, Bruno Nicolai, Nino Rota, Piero Piccioni ... Anche se lontani ormai dal revival lounge degli anni '90 (centinaia di colonne sonore saccheggiate dalle compilation "Easy Tempo", "Beat at Cinecittà" e "Mo'Plen") non ci stupisce, pertanto, il tributo reso alla nostra migliore - e in qualche caso misconosciuta - tradizione da Mike Patton con "Mondo Cane". Chiunque abbia fatto musica s'è imbattuto in questi grandi autori, soprattutto chi, come Patton, ama affrontare esperienze sonore estreme e, particolare non indifferente, è stato sposato sette anni con un'italiana. Un disco, dunque, di 11 cover (già suonate dal vivo in una serie di concerti italiani del nostro), scelte senza un apparente criterio, che è testimonianza della profonda conoscenza del patrimonio musicale del nostro paese, arrangiate con un "groove" oscuro e malinconico dal genio mai abbastanza celebrato di Daniele Luppi ed eseguite da musicisti eccellenti quali - tra gli altri - Roy Paci e Alessandro Stefana. Si passa da Nicola Arigliano ("20 km al giorno") a Ennio Morricone (la diabolika "Deep down" e la tenchiana "Quello che conta"), dal beat dei Blackmen ("L'urlo negro") alla crooner-melodia di Nico Fidenco ("L'uomo che non sapeva amare"...che meraviglia...), dagli standard della canzone napoletana ("Scalinatella") agli evergreen ginopaoliani ("Il cielo in una stanza" e "Senza fine"), dall'istrionismo cabarettisco di Fred Buscaglione ("Che notte!") al bislacco pop-adolescenziale di Gianni Meccia ("Ti offro da bere")...con una freschezza e un'intensità davvero rara. Su tutto, però, prevale l'incredibile voce di Mike Patton, misurato più che in altre occasioni, e l'enigmatico titolo della raccolta: quel "Mondo cane" di jacopettieprosperiana memoria, sbattutto con brutalità in faccia all'ascoltatore a dispetto d'un disco dolcemente triste. Metafora probabilmente di quel paese un tempo meraviglioso popolato da individui che non sanno più volersi bene...gli uni cani agli altri. (...segue nei commenti...)
Le "Rivoluzioni a pochi passi dal centro" sono quelle di là a venire, vagheggiate passando le giornate al bar tra patetici tentativi d'abbordaggio, risate insensate e spacconate tra amici, storie vissute o, per lo più, inventate e solenni bevute. Nell'attesa (improbabile) di cambiare la propria vita è più facile e consolatorio immaginare di essere altrove, magari nella Francia dei films visti al cinema di Godard o di Truffat, fascinosa e a portata di mano appena poco più sù, dopo le Alpi, lontana dalle brume sabaude. Il disco d'esordio dei torinesi "Verlaine", prodotto da Giancursi e Lo Mele dei "Perturbazione", dopo una manciata di ep, è una sorta di manuale di sopravvivenza per maniaci sentimentali dai cuori infranti, in perenne scacco esistenziale, che distilla sapientemente nell'apparente brevità - otto brani appena - gocce di spleen romantico con raffinatissime sonorità retrò da "orchestrina scalcinata ad assetto variabile" (come amano definirsi). Melodie delicate di tastierine "bontempi" si impastano alla dolcezza di una viola tra riverberi di chitarra, loops elettronici, rumori di strada, voci su nastri pre-registrati e sincopi malinconiche in un'atmosfera che attraversa la musica d'autore italiana (il Lucio Battisti della prima ora ma anche i Non voglio che Clara) e il folk-rock d'oltreoceano, il catalogo "Morr-Music" e la profusissima ironia amarognola pierociampiana percepita qui come autentico antidoto al male di vivere. I "Verlaine" confezionano un'opera dalla grazia direttamente proporzionale all'understatment che li contraddistingue che non può non entrare nell'olimpo delle "cose sonore" più care. Una sola controindicazione: genera forte dipendenza. (...segue nei commenti...)
La brevissima poesia di Sandro Penna letta dalla piccola Giorgia nella conclusiva title-track "I Moralisti" condensa il senso dell'opera seconda degli "Amor Fou". L'invocazione laica ad un equilibrio interiore nell'epoca della disgregazione morale ed il ritorno "necessario" ad un'innocenza fanciullesca come nuovo umanesimo testimoniato dalle voci dei bambini nella parte iniziale del brano alla maniera dei "Comizi d'Amore" di pasoliniana memoria E prima...tanti ritratti di personaggi gli uni diversi dagli altri, a ribadire non solo la difficoltà di una "reconductio ad unum" etica ma probabilmente anche l'inutilità della ricerca d'un tratto comune nelle vicende umane che, al contrario, proprio per la loro diversità, definiscono ciascuna i contorni di un estremo relativismo morale. Pertanto, le storie di Enrico "Renatino" De Pedis, boss della famigerata banda della Magliana, della suicida omosessuale Anita, delle insicurezze della madre di "Le promesse", della pericolosa attrazione d'un sacerdote per un ragazzo, del politico qualunquista di turno sono la metafora della parcellizzazione atomistica d'una società che fluttua nell'impossibilità di trovare un orizzonte di senso condiviso e, dunque, incapace di fare scelte che abbiano per oggetto il bene comune. Il formato decisamente "concept", la sua pensosa complessa profondità, la ricchezza dei rimandi letterari non fanno, però, de "I Moralisti" un'opera artificiosamente intellettuale: a differenza de "La Stagione del cannibale", più algido e analitico, Raina spinge il pedale sulle emozioni che arrivano, questa volta. diritte al cuore dell'ascoltatore avvolgendolo alla perfezione nella disillusa e malinconica amarezza del disco. Le atmosfere elettroniche del debutto qui vengono accantonate in favore di sonorità più analogiche a sostegno del lodevole progetto di rinnovamento della tradizione musicale italiana assimilabile, per esempio, ai tentativi già posti in essere da Paolo Benvegnù. Con raffinata naturalezza gli "Amor Fou", quindi, coniugano il beat radiofonico di "Peccatori in Blue Jeans" alla robustezza post-punk di "Dolmen", il cantautorato degregoriano di " Il mondo non esiste" alla new wave più nevrile di "a.t.t.e.n.u.r.B" (geniale il campionamento della squallida invettiva del ministro contro il presunto parassitismo del mondo della cultura italiano che fatto girare al contrario assume le fattezze di un'allucinata nenia aliena), il luciobattisti di "Filemone e Bauci" al brit-pop-rock-già-un-classico-baustelliano della splendida "Cocaina di domenica", le inquietudini melodiche da soundtracks cinematografiche di "De Pedis" e di "Anita" alle acrobazie sonore di "Un ragazzo come tanti" che tiene insieme Blonde Redhead e Wilco, canzone d'autore d'oltralpe a folk italico gucciniano e tanto altro ancora... Il fatto, dunque, che la Emi Music Italia abbia deciso di pubblicare in extremis un disco sostanzialmente autoprodotto (che sarebbe dovuto uscire per la Tempesta / Venus) non è solo una strordinaria opportunità per la band ed il segno che nelle case discografiche esiste ancora qualcuno in grado di apprezzare la musica "alternativa" al nulla da classifica ma soprattutto il riconoscimento al valore assoluto di un'opera che può essere definita solo in un modo: capolavoro. (...segue nei commenti...)
Dopo il fulminante esordio di "Fuga dal deserto del Tiki" - immaturo quanto affascinante melànge "tarantiniano" di colonne sonore, schiaffi noise e garage d'antàn - l'oscillare incerto fra la cupa elettronica industrial e l'hard-rock di "B" aveva sollevato qualche perplessità sul percorso musicale dei "Sikitikis". La band sarda con l'uscita del nuovo "Dischi fuori Moda" sembra fugare ogni dubbio sul proprio futuro dimostrando sicurezza ed una raggiunta maturità. L'opera segue la tradizione della canzone d'autore italiana flirtando, però, con l'elettronica degli anni '80 in un impianto sonoro che, rinunciando alle chitarre, non prescinde anche in questo terzo disco, comunque, dall'uso di tastiere vintage e da un basso incalzante. I "Sikitikis" tenendo fede alle caratteristiche agrodolci della loro terra d'origine sanno unire la forza catchy di ballate irresistibili quanto sghembe ("Tiffany" o "Voglio dormire con te") all'asprezza di episodi più ruvidi (l'apertura del disco in "Tu sei muta, io sono sordo" o "Uccidere compagni di scuola") arricchendoli di realismo espressivo e di ironia acida (la sferzante amarezza di "Salvateci dagli italiani" o la conclusiva memorabile "Avere trent'anni"). Un lavoro da ascoltare, dunque, apprezzare e diffondere...con una piacevole sorpresa: la tribale interpretazione di "Malamore" del mai abbastanza magnificato Enzo Carella... (...segue nei commenti...)
Dopo una pausa durata quasi quattro anni è uscito - nell'indifferenza generale, Regno Unito esluso - "Is there nothing we could do?", il nuovo lavoro di Damon Gough, meglio conosciuto come Badly Drawn Boy. Sebbene colonna sonora del film tv "The fattest man in Britain", andato in onda in Inghilterra e che inutilmente sto tentando di procurami, il disco può considerarsi a tutti gli effetti come il "ritorno" musicale di uno fra gli autori più sensibili e raffinati della sua generazione. Un lavoro completamente anomalo anche rispetto alla media dei prodotti assimilabili ad un certo cantautorato folk-pop di cui il nostro fa (o ha fatto) parte. Predominano, infatti, gli stacchi strumentali (e questo è persino ovvio trattandosi di una colonna sonora) e nelle ballate di cui è disseminato il disco è davvero esigua la presenza di incisi vocali: quando ci sono, le parole sono sussurate e calibrate. "Is there nothing we could do?" È dunque, tutto caratterizzato da un intimismo sincero quanto agrodolce, privo di fronzoli barocchi, da cui traspare una rassegnazione pacificata e serena di fronte alle sconfitte dell'esistenza. Le melodie cristalline - il ragazzo sarà pure disegnato male ma è sempre stato un compositore eccelso - sono impreziosite dalla presenza d'un quartetto d'archi che fornisce ai brani il sapore d'un vagito malinconico. I toni non si distaccano quasi mai, pertanto, da questo clima soffuso e lieve, fanno eccezione le ondulazioni da banda paesana di "Welcome me to your world" e la marcetta increspata di "Wider than a smile" che s'interseca efficacemente alla fine con il tema sonoro della bellissima title-track ("Is there nothing we could do?"). Damon Gough è per sua stessa ammissione ormai lontano dai meccanismi spietati del mercato discografico: la sua assenza dalle scene musicali - i proventi dei pochi concerti fatti negli scorsi anni, ultimo tour compreso, sono regolarmente devoluti ad associazioni benfiche - è la dimostrazione d'un rifiuto radicale delle logiche mercantili che governano lo showbiz, corente con dichiarazioni inequivocabili fatte a suo tempo. Il lirismo di questo disco e la sua austera integrità sonora testimoniano, però, che le qualità dell'autore sono ancora vive, auspici - e chi vi scrive lo spera ardentemente - di future prove musicali altrettanto valide...e non troppo distanti nel tempo. Se c'è qualcosa a cui questo mondo non può rinuciare è la bellezza. Unica che possa tentare di cambiarlo...in meglio. A presto, allora, Damon... (...segue nei commenti...)
La musica dei “Calibro 35” non potrebbe essere più contemporanea. Cadono in errore tutti coloro che ritengono sia un semplice omaggio alle soundtracks dei b-movies degli anni ’70. Le analogie, infatti, tra la decade più controversa, oscura e violenta del ‘900 (periodi bellici ovviamente esclusi) e gli anni “orribili” che viviamo sono più d’una… Le composizioni di questa band, pertanto, potrebbero costituire il sottofondo più appropriato a definire il “suono” della nostra epoca “infelix” tra recessione economica, degrado ambientale, disgregazione sociale, crisi istituzionale e…conflittualità interpersonale. Pur essendo privi di parti vocali e, quindi, di un testo che espliciti direttamente qualsiasi forma di disagio umano, i brani dei “Calibro 35” riescono ad atmosferizzare, comunque, tutta la cupa tensione emotiva individuale e sociale che introitiamo ogni giorno. Vista la mirabile capacità di entrare in sintonia con gli umori profondi di un momento storico così particolarmente delicato, il nuovo disco del gruppo – “Ritornano Quelli Di... Calibro 35” - acquista il valore prezioso di un imprescindibile documento storico-culturale, una specie d’istantanea che partendo da sonorità lontane nel tempo fotografa perfettamente il presente diventando fonte di conoscenza (musicale e non) per il futuro. La qualità delle composizioni (alla fine è questo che più preme al fruitore dell’oggi, la filologia è materia per i posteri) è straordinaria e, ovviamente, non potrebbe essere altrimenti in considerazione dell’analisi fin qui avanzata: un crogiuolo sonoro che fonde alla perfezione il funky più elettrico al jazz-blues, il prog-rock alle colonne sonore, la blackploitation alla psichedelia, il soul della motown al beat in un’infinità di rimandi che fa girare la testa anche all’appassionato più scafato. Rispetto al disco d’esordio prevalgono le composizioni originali (otto su tredici) ma anche gli omaggi resi con cinque “storici” brani a musicisti mai abbastanza celebrati (uno su tutti: Stefano Torossi, il meno noto, il Dio della musica li benedica solo per questo) sono strapazzati nell’arrangiamento da una ruvidità nevrile che li rende complementari al suono degli inediti. Musicisti in stato di grazia, produzione sontuosa ma ottimamente bilanciata, collaborazioni prestigiose (la sezione di fiati), artwork realizzato dal maestro Giovanni Nistri, uno dei più importanti illustratori di locandine della storia del cinema internazionale (Antonioni, Fellini, Kurosawa e Kubrick…tanto per gradire…). Ogni commento relativo a questo disco non può evitare l’iperbole. Per intenderci allora limitiamoci a dire, soltanto, che è un capolavoro. (...segue nei commenti...)
I "Parenthetical Girls" sono i testimonial ideali della pop music. Chiunque - ad esso ideologicamenti ostile, per pregiudizio, per pigrizia ma anche per pura scelta estetica o convinzione profonda - avessse la ventura d'immergersi nel flusso sonoro di questo bizzarro ensemble, avrebbe certamente più d'un fondato motivo di riflessione sulle infinite possibilità che il pop concede di sperimentare ben oltre, dunque, i limiti strutturali del suo formato classico. I tre dischi che hanno pubblicato, fino ad oggi, sono figli dell'audacia, il segno incontrovertibile d'una diversità "sonora" che è riflesso inconscio di un'inquietudine non pacificata, a ben vedere, però, percebile - e per questo motivo inequivocabile- nell'ambiguità del cantate Zac Pennington e nella glacialità snobistica degli altri componenti. Le ragazze "tra parentesi" sono una vistosa anomalia dell'odierno panorama musicale, un'inquietante cesura delle certezze, una spina "freak" piantata nelle maglie dell'ovvio senso comune. Per questo motivo, chi vi scrive si compiace all'annuncio dell'uscita d'un nuovo lavoro - "Privilege" - che dovrebbe vedere la luce presumibilmente entro maggio del 2011. Dopo aver dirottato con "Entanglements" l'indiepop sulle impervie traiettorie del detournement sonoro piegandolo con sghembi arrangiamenti camerisitici ad un pastiche barocco v'è la certezza che il risultato non potrà non essere meno che indefinito ed inconsueto. Piacevole sorpresa, in ogni caso, è data dalla decisione della band di anticipare la pubblicazione ufficiale dell'opera con l'uscita di 5 EP: uno ogni tre mesi. Il tentativo - chissà - di aggiornare i propri fans delle fasi di lavorazione del disco accompagnandoli per mano nell'ascolto fino al parto finale. Il (primo) frutto di questa scelta altrettanto inusuale è "Privilege, Pt.1: On Death & Endearments"(previsto fra qualche giorno: il 23 febbraio) che sarà editato in appena 500 copie ed illustrato dalla svedese Jenny Mörtsell. Un EP composto da quattro straordinarie micro-suites che arricchiscono il progetto "Parenthetical Girls" di ulteriori affascinanti prospettive. L'unico elemento di continuità - il "trait d'union" con il passato - infatti, è il falsetto dolente di Pennington, le sonorità, invece, esplorano territtori differenti affrancandosi dall'artificio orchestrale di "Entanglements". L'incedere ritmico è dolcemente cadenzato per tutta la durata dei quattro brani: attraversa il disperato minuetto folk-rock di "Someone Else's Muse" vagamente Arcade Fire, si congiunge allo straziato coretto di "On Death & Endearments" - funerea marcetta sospesa fra le suggestioni della Kate Bush di "Hounds of Love" e le prime gelide pose dei Roxy Music - per affondare languida nella trasfigurazione tragica di "I found drama", ninna nanna impalpabilmente eterea quanto soprendentemente vibrante. La gemma più preziosa e lucente del lotto, però, è quella iniziale...in qualche modo legata alle esprienze musicali precedenti e, come da molti gustamente osservato, glam-oriented non solo nella matrice sonora ma soprattutto nell'impostazione vocale. Accompagnato da un video meraviglioso - caratterizzato da lente carrellate laterali e da accattivanti rimandi figurativi - trae il suo fascino dalla sublime performance di Pennington che conferisce al brano una "allure" di tristezza cosmica.
"...I wouldn't make a good wife for anybody..." scrisse in un bigliettino "Evelyn McHale" prima gettarsi dall'86° piano dell'Empire State Building. Cadde su una limousine, ne piegò le lamiere ma il suo abito non si sgualcì...dignitosa e composta anche nella morte... (...segue nei commenti...)
Alla terza prova su disco (dopo l'ottimo "Migration") gli svedesi Sambassadeur mettono definitivamente a punto una formula musicale tutta giocata - sin già dagli esordi - su melodie semplici, molto accattivanti, dal gusto sixties che inseguono il dream-pop targato anni '80 per abbracciarsi con grazia nel folk bucolico tanto caro all'indie britannico. La novità risiede questa volta, però, nell'essere riusciti ad evitare quasiasi sbavatura dovuta alla povertà di mezzi produttivi a disposizione. Il suono in "European" è, infatti, d'una purezza cristallina perchè s'avvale d'un impeccabile arrangiamento orchestrale che conferisce ai brani una fascinosa "allure" atemporale. Il risultato: nove brani d'eccelsa bellezza pop. Con più d'una gemma preziosa..."Days", "Albatross", "High and low"... Non potete sottrarvi, dunque, all'ascolto... (...segue nei commenti...)
Ossessionati dall'idea d'una (impossibile) vagheggiata purezza sonora, libera dalle ibridazioni postmoderne ma - al contrario - prigioniera dei clichè del "genere" a cui è pigramente rassicurante affidarsi, i dotti soloni della critica (?!) musicale esprimeranno perplessità snobistiche dopo l'ascolto dell'omonimo debutto dei "Codeine Velvet Club". In pieno (perenne?) revival eighties i dischi che non suonano anche solo vagamente come quelli usciti nell'Inghilterra della prima metà della decade thatcheriana per antonomasia...non sembrano degni di menzione. L'alternativa? In ossequio alle mode d'oltreoceano qualsiasi altro genere a cui poter appiccicare in successione la parola "folk" oppure le care vecchie categorie - rock e/o pop - seguite o precedute da "indie", "post" e così...semplificando. Nell'attesa che taluni (pseudo-perchè ignari-puristi) chiariscano a loro stessi il senso della postmodernità - pastiche frammentario, indeterminato e ripetitivo di generi - talaltri (come chi vi scrive) continueranno a fruirne piacevolmente e consapevolmente, per nulla spaventati dalla sua indefinita ed indefinibile complessità quanto - al contrario - divertiti dai suoi giochi di rimando, da quel meccanismo, cioè, di citazioni a scatole cinesi con cui tenta di nascondere la consapevolezza che in qualsiasi manifestazione dell'arte contemporanea (musica compresa) nulla può essere nuovo... Jon Lawler (già componente della band "The Fratellis") con l'apporto fondamentale della deliziosa Lou Hickey rinuncia a qualsiasi tentativo di assecondare tendenze e movimenti modaioli e sposta, invece, le lancette di quel grande orologio che è la storia della musica leggera sugli anni '60 del novecento confezionando un disco che è un tuffo nell'epoca aurea del pop. Quella più sfacciatamente commerciale, quella dei sublimi duetti tra Lee Hazelwood e Nancy Sinatra, quella del wall of sound di philspectoriana memoria, quella che coniugava il soul afro con gli irresisitibili riff rock 'n' roll, quella che costringeva le big band jazz a suonare pezzi da tre/quattro minuti nei dancefloor di infimo ordine dove neri e bianchi ballavano insieme sudati ed appiccicati anni prima che l'apartheid fosse abolito. I brani sono un distillato di melodie appiccicose che surfano senza soluzione di continuità tra il rock e il soul-blues (il vizio delle etichette appartiene anche a me) secondo lo schema dei gruppi musicali sixties (voce maschile+voce femminile+chitarra+basso+batteria) arrangiati, però, alla maniera sontuosa del pop orchestrale (con un'eccelsa sezioni di fiati e di archi). Un disco, dunque, all'insegna del passato che sa alternare momenti più divertiti al altri più malinconi ma vi soprenderete, comunque, a trovare anche rimandi citazionisti allo shoegaze e al rock più acido...c'è pure la cover di "I am the resurrection" degli Stone Roses. Insieme drammatico e leggero, ruvido e dolce, probabilmente saturo ma senza ombra di dubbio meraviglioso...come quei vecchi musical hollywoodiani che nessuno propone più. Paradossale che in piena sede di bilanci sull'anno appena trascorso si debba già iniziare a parlare di uno dei migliori dischi del 2010... (...segue nei commenti...)
L'anno che volge al termine regala ancora - a me stesso e spero anche a voi - delle sorprese musicali. E' il caso di "In the wooded forest", il disco del duo "Savoir Adore". Se qualcuno avrà tempo e voglia di saperne di più, s'accorgerà che riviste straniere specializzate e un gran numero di bloggers hanno accolto con entusiasmo i quattordici brani dell'opera che - a ragion veduta - meraviglia piacevolmente l'ascoltatore. Dunque, anche chi vi scrive non può che associarsi al coro di elogi magnificando l'ecletticità dei "Savoir Adore" che - è il caso di dire - ci conducono in un luogo incantato (la foresta è il luogo magico per definizione, infatti), ricco di delizie musicali. Il flusso sonoro non è di facile definizione perchè i brani del disco oscillano fra il synth-pop e l'indie-"aggiungete voi cosa", regalano suggestioni shoegaze e riverberi post-rock, intimismo folktronico e sussulti electro senza perdere mai di vista quella che dovrebbe essere la bussola di ogni musicista che si rispetti: la melodia. Può essere divertente cogliere i riferimenti musicali propostici (ma anche sterile...al contrario) e, senza dubbio, quelli dei "Savoir Adore" sono molteplici e, in fondo, riconoscibilissimi ma ciò che più conta, alla fine, è la straordinaria qualità sonora dei brani arricchiti, per di più, dai perfetti intrecci voce femminile/voce maschile. Un gran disco che, senza se e senza ma, raggiunge - citando l'Elio delle Storie tese - le vette dell'eccellenza internazionale.., in questo caso, per davvero... (...segue nei commenti...)
Come si può definire (musicalmente) ciò che sfugge per propria natura qualsiasi tipo di definizione? I Get Back Guinozzi! sono l'archetipo d'un'anarchia sonora allegra quanto sgangherata: sin già dal nome un monumento vivente alla stravaganza. Il duo francese (ma i brani sono in inglese) composto dalla vivace vocalist Eglantine Gouzy e dall'allampanato polistrumentista Fred Landini dopo la finto-psichedelia-finto-esotica del singolo "Low Files Tropical" - accompagnato da un video dal gusto retro_pornografico ( qui ) - debutta con un disco - "Carpet Madness" - che fa dell'incoerenza stilistica la propria bandiera. Il background musicale, con i cui rimandi nel myspace affermano (con un'incoscienza pari alla sfrontatezza) di nutrire il loro universo sonoro, spiega fino a un certo punto il senso (o sarebbe il caso di dire il non-sense) del progetto "Get Back Guinozzi!". Tastierine giocattolo, drum machine fuori sincrono, chitarra non propriamente accordata ad eseguire melodie semplici quanto sghembe che ondivaghe passano da dolci vocalizzazioni armoniche a taglienti improvvisazioni hip-hop in un contesto ritmico altrettanto incerto: di volta in volta electro, onirico, rockeggiante. Così...tra echi surf-pop e ugualmente shoegaze, tra frammenti sonori che scorrono velocissimi (i brani sono brevi) in cui non si può non sentire qualcosa dei "The Feelies" o dei "The Cure", dei "The Smiths" (che il dio della musica mi perdoni...) o degli "Animal Collective", dei "Talking Heads" e, persino, di Serge Gainsbourg (quando Eglantine Gouzy gioca alla pupa yè-yè)...si parla di inquilini particolari, della scuola, delle proprie ossessioni, di guardie e ladri (nell'omaggio ai Clash di "Police and Thieves") e, udite udite, di King Kong in maniera del tutto follemente surreale... Banali, eccentrici o (decisamente) sublimi? Sarebbero piaciuti ad André Breton... (...segue nei commenti...)
Il duo (musicale) più cool del pianeta è tornato a miracol mostrare. Jonathan Bree e Heather Mansfield, conosciuti ai più (?!) come "The Brunettes", hanno realizzato un nuovo disco: "Paper Dolls". Forse più dei precedenti (se possibile) brilla per forza catchy ed originalità. In questa circostanza, però, è stato messo al bando qualsiasi tipo di barocchismo sinfonico ed orpello sovrastrutturale: i nostri si affidano soltanto ad un sintetizzatore, ad una drum machine e alle loro voci riuscendo, comunque, a riprodurre un'infinità di suoni differenti. Come nel cinema il compianto Akira Kurosawa poneva in ogni sua opera le basi per almeno altri dieci (possibili) film (talmente tanti erano i temi trattati), alla stessa maniera questo bizzaro quanto affascinante duo scrive brani musicali che partono da una semplice idea sonora e seguono, nell'ambito della stessa composizione, altre strade finendo per suonare diversamente da come ci si aspetterebbe per un brano pop che si rispetti. "The Brunettes" in "Paper Dolls" sembrano indefinibilmente un duo vocale del bel canto anni '60 che "suona" alla maniera (retrò) degli anni '80 attraversando di volta in volta nella successione dei brani (o in uno stesso brano) l'electro, l'indiepop, il beat, il funky, il glitch in un saliscendi musicale dal fascino incommensurabile che sa riprodurre molteplici gamme emozionali. Dalla frenesia all'introspezione, dalla malinconia alla gioia...avanti ed indietro, sopra e sotto come in un labirinto di Escher. E se vi par poco per un semplice disco di canzoni... (...segue nei commenti...)
I "1973" sono un trio francese i cui componenti, dopo una pluriennale attività di turnisti di lusso per una miriade di gruppi e gruppettini, hanno deciso di produrre un ep in proprio. La loro musica sembra andare in una direzione completamente differente dall'atmosfera plumbea che, invece, evoca l'anno che è stato scelto come nome per la band. Nessuno scenario apocalittico da crisi petrolifera, dunque, nè sound "seventy oriented" ma pop leggero e compiaciuto alla "summer of love" che si tinge di leggere striature folk. Nei prossimi mesi vedrà la luce un nuovo cd e se i brani saranno belli come quelli contenuti in questo ep... il 2010 sarà l'anno dei(l) 1973... Yael Meyer è una cantante nata e cresciuta in Cile che vive, ormai da più di cinque anni, negli Stati Uniti. Dopo l'ottimo debutto di "Common ground" del 2004 (ricordo di averlo segnalato sul guestbook baustelliano che fu) ha continuato a scrivere musica per cortometraggi e documentari e a produrre molti gruppi dell'area indie di Los Angeles. Il suo nuovo ep "Heartbeat" è un vero e proprio tripudio "folktronico": nel mezzo di chitarra, basso, percussioni, fisarmonica, glockenspiel, tastiere, ukulele e ocarina...fa capolino la voce bellissima di Yael a rendere ancora più accattivanti le dolci melodie dei (cinque) brani. (...segue nei commenti...)
I "Freelance Whales" sono fondamentalmente musicisti di strada. Il loro approccio alla materia sonora, infatti, è d'una semplicità disarmante e la strumentazione utilizzata davvero povera. In rete è possibile trovare qualche video clip di esibizioni improvvisate in luoghi abbandonati. Una band intrinsecamente folk parrebbe che riesce, comunque, ad emanciparsi da tutti gli stereotipi che veicolano quel mondo (musicale) suonando in maniera completamente differente. Misteriosamente (?!) Il merito risiederà nell'alchimia invisibile dei cinque componenti del gruppo? Oppure nell'abilità di confezionare melodie "catchy"? O, forse, nelle cristalline sovrapposizioni vocali? "Weathervanes" è un disco irresistibile: un tripudio di strumenti acustici (harmonium, banjo, glockenspiel, chitarre, basso, tamburelli, violoncello) che vanno a braccetto con il tappeto di sintetizzatori che fanno da immancabile sottofondo. Fresco, originale e d'indefinibile vaga fragilità. Vuoi vedere che questi ragazzi americani hanno codificato l'indiepop da strada? (...segue nei commenti...)
"Amanece en Pekìn", debutto della band spagnola Mamut, prima che un gran bel disco è soprattutto una scommessa vinta. Il riuscito tentativo di mettere d'accordo l'indiepop spagnolo più frizzante (indovinate un po': "La Casa Azul") costruito su melodie immediate e giochi vocali sixty, con le sonorità più robuste dell'indierock guitar-oriented d'oltre oceano. I rimandi a gruppi come i Flaming Lips, la Beta Band (mai abbastanza celebrati), Feelies, Beck, Pavement, Arcade Fire, Band of Horses ci sono tutti e tutti ben calibrati a bilanciare la contagiosa freschezza pop dei nostri sette eroi (?!). Nei Mamut la spensieratezza della "movida" si stempera con le malinconie legate essenzialmente al tempo che passa e agli strali dell'avversa fortuna. I brani sono tutti molto belli... Usted debe tener fe en mí... Puede escucharle todas en los comentarios...
Il debutto dell'anno scorso - "Oh, The places we'll go" - aveva rivelato il talento di una band - i "Lake" - in grado maneggiare con elegante leggerezza la materia "pop". Quel fortunato esordio conosce un seguito e di ciò non smetteremo mai di ringraziare le piccole etichette discografiche - come la K Records - che hanno il coraggio d'investire (ancora) in quanto di meno commerciabile e, dunque, di più antieconomico, vi sia oggi: la musica. Il disco di questo sofisticato combo americano (i componenti sono sette e sono tutti di stanza ad Olympia, Washington) prosegue sulla strada musicale già tracciata: semplici melodie pop arrangiate in maniera sofisticata che incontrano (spesso) i ritmi sensuali della bossa-nova e che s'arricchiscono di ulteriore fascino grazie all'uso d'una strumentazione sempre più varia. I sintetizzatori ben s'armonizzano con una sezione di fiati decisamente "soul", le assortite percussioni non penalizzano le armonie vocali dal languido gusto retrò. "Let's Build a Roof", dunque, assume le caratteristiche di un lavoro che riesce a dosare sapientemente la modernità (o presunta tale) del pop con le sonorità più nostalgicamente vintage...ed in ciò, probabilmente, risiede il suo fascino atemporale. (...segue nei commenti...)
Il singolo "La superbe" (uscito d'estate e da chi vi scrive ascoltato decine e decine di volte) lasciava presagire che avrebbe realizzato un disco all'altezza delle sue (enormi) capacità musicali. E che dire, poi, del raffinatissimo video diretto - a supporto del brano - da Clarisse Canteloube? Un piano-sequenza di poco più di sei minuti che avvolge morbidamente le struggenti schermaglie tra il cantante e la danzatrice Marie-Agnès Gillot étoile dell'Opéra de Paris.
Ancora pochi giorni e, finalmente, il 19 ottobre verranno alla luce i ventidue brani (cd doppio) che compongono un'opera definita da Gilles Médioni dell'Express - con enfasi appropriata - non solo il disco più bello dell'anno ma soprattutto la "Melody Nelson" del 2010. Un lunghissimo diario di difficoltà esistenziali tra depressione, amori perduti, droghe, rimpianti e piccoli orizzonti di speranza in cui il suo autore condensa in un irripetibile stato di grazia la canzone d'autore francese, il pop inglese, gli standard del cool jazz americani e la ritmica hip hop. Dal momento che da diverso tempo non ascolto altro e non ce la faccio ad aspettare la fatidica data d'uscita, rompo gli indugi e ve lo propongo... (...segue nei commenti...)
La copertina di "Morceau" è d'un trasparente biancore a rivendicare, probabilmente, l'orgoglio d'un minimalismo sonoro costituito da melodie rarefatte ma niente affatto, però, algide. La musica di Teruyuki Nobuchika, al contrario, arriva diritta al cuore con la sua semplicità perchè si nutre dell'antiretorica perchè fugge qualsiasi velleità epica... Dopo anni di colonne sonore realizzate per (piccoli) film e suggestivi manga-anime il compositore giapponese dà alla luce un disco interamente strumentale in cui sono cuciti con artigianale grazia acustici scampoli pop e riverberi elettronici, frammenti concertisitici (frutto d'un background classico) e liquide sperimentazioni avant-garde a (ri)definire un tessuto sonoro che evoca nella prima parte malinconie romantiche e, nella seconda, crepuscolare lirismo. Intenso ma leggero: la micro-sinfonia di tutto ciò che s'è vagheggiato e mai posseduto, di tutto ciò di cui si sente la mancanza senza sapere, in fondo, cosa sia... (...segue nei commenti...)
23 tracce per 11 film (da "Tirate sul pianista" a "Finalmente domenica!") che coprono un arco temporale proprio di 23 anni (neanche a farlo apposta: dal 1960 al 1983) e rappresentano anche la storia di un sodalizio artistico ed umano: quello tra François Truffaut e Georges Delerue. A dare sostanza sonora a tutto quello che è stato il cinema di (e per) Truffaut: ironia, dolori, leggerezza, amori, malinconia, gioco, donne, bambini, passioni, rimpianti... La sera è il momento migliore per abbandonarsi all'incanto d'una musica lontana dal frastuono dissonante del mondo che ci circonda e rivivere in una specie di turbinio audio-visivo - alimentato dal ricordo - la bellezza "eterna" di quei film. Altra maniera...non saprei... (...segue nei commenti...)
"Questo potrebbe essere il mio capolavoro..." Stacco. Titoli di coda...
Comunque lo si voglia giudicare (ci sono alcune scene-madri che entrano nella mia classifica personale all-times) la colonna sonora del film di Tarantino è d'una intensità e bellezza rara.
01- Nick Perito-the Green Leaves of Summer 02- Ennio Morricone-the Verdict dopo La Condanna 03- Charles Bernstein-White Lightning 04- Billy Preston-Slaughter (Album Version) 05- Ennio Morricone-the Surrender la Resa 06- The Film Studio Orchestra-One Silver Dollar un Dollaro Bucato 07- Zarah Leander-Davon Geht Die Welt Nicht Unter 08- Samantha Shelton and Michael Andrew-the Man with the Big Sombrero 09- Lilian Harvey & Willy Fritsch-Ich Wollt Ich Waer Ein Huhn 10- Jacques Loussier-Main Theme from Dark of the Sun 11- David Bowie-Cat People putting Out the Fire 12- Lalo Schifrin-Tiger Tank 13- Ennio Morricone-Un Amico 14- Ennio Morricone-Rabbia E Tarantella
Scariche di violenta - quanto soffocata - elettricità che covano sotto la cenere di un dream-pop maliconico L'indie-folk del precedente "If Children" - di cui si parlò l'anno scorso su queste pagine rosa - evolve in questa direzione. L'amabile duo di Baltimora - Andy Stack e Jenn Wasner: gli Wye Oak per intenderci - confezionano un alt-pop-rock di affascinante stravaganza in cui confluiscono sonorità di matrice differente. Gli Yo la Tengo vanno a braccetto con il Neil Young più nevrile strizzando l'occhio ai Sonic Youth più dubstep ricreando atmosfere di cupezza velvet-undergroundiana in cui, però, non si perde mai la bussola melodica. Feedback chitarristici diretti come fendenti e carezze vocali dolci-amare per un saliscendi di grande intensità emotivo. Le brumosità autunnali e l'algore invernale (prossimi venturi) non possono farci più paura. Mettete su "The Knot", dunque e...alzate il cappuccio... (una delle copertine più belle dell'anno di cui Jenn Wasner parla a Luca D'Ambrosio nell'intervista sull'ultimo numero di Musicletter) ...segue nei commenti...
"... Una donna deve avere qualche cosa in più della bellezza. Qualche cosa che piange, qualche cosa che ha malinconia un'aria di amore tribolato; una bellezza che viene dalla tristezza di sapersi donna fatta per amare, per soffrire d'amore e per essere solo perdono..." ("Samba delle bendizioni")
"La vita, Amico, è l'arte dell'incontro" non è solo uno dei dischi più belli della storia della musica italiana (?!) ma - ancor più - un miracolo probabilmente irripetibile. Il frutto del casuale incrocio delle anime di poeti straordinari, di sognatori nostalgici, di musicisti ispirati. Un "concept" sul senso stesso del vivere, immaginato come un viaggio faticoso - eppure degno d'essere affrontato - nell'ignoto...durante il quale non deve mai venir meno lo stupore stesso per il mistero in cui sono immersi gli esseri umani e il cui viatico non può non essere l'amore e l'amicizia: "... amore mio, che occhi i tuoi quanto mistero negli occhi tuoi quanti velieri e quante navi quanti naufragi negli occhi tuoi..." ("Poema degli occhi") Lo stesso sentimento - sicuramente - che spinse Giuseppe Ungaretti nell'ormai lontano 1969 a tradurre i versi del giovane poeta Vinicius de Moraes, in esilio a Roma, con l'aiuto di Sergio Endrigo e della chitarra di Toquinho. Ne venne fuori un'opera inclassificabile, nonostante la bossa-nova ne rappresenti l'immancabile file rouge sonoro, una specie di "cantico teatrale" in bilico tra sommessa recitazione ed happening musicale. Al contempo intriso della dolente malinconia cantautorale di Endrigo, dell'amarezza irriducibile di Ungaretti, della delicatezza di Toquinho, dell'ironia beffarda di Vinicius, della raffinatezza degli arrangiamenti di Sergio Bardotti. Non un gioco alchemico, però: solo e soltanto la semplicità imperitura della poesia: "... Ma una rosa non è solo un fiore, una rosa è una rosa e una rosa è una donna che muore d'amor." ("La marcia dei fiori su un tema di Bach") (...segue nei commenti...)
"Phantom Punch" aveva un po' deluso - ca va sans dire - tutti coloro che con il meraviglioso "Two Way Monologue" avevano creduto di trovarsi dinnanzi alla reincarnazione dei grandi crooner del passato rielaborati in chiave indie. Sebbene la pop-attitude dell'enfant prodige norvegese fosse (ancora) presente, sembrava troppo diluita nel tentativo di scimmiottare gli stereotipi dell'indie-guitar-rock degli anni '90 snaturando un talento melodico purissimo. Una sorta di nemesi che colpisce talvolta i compositori più bravi che hanno bisogno di percorrere strade diverse da quelle che il destino (musicale) ha per loro tracciato...prima di rendersi conto che ben "altri" sono i sentieri da attraversare. Probabilmente il biondino di Bergen avrà pensato che l'alt-rock alla Pavement o - ancor più - alla Radiohead è meglio lasciarlo agli originali ben più dotati. Con "Heartbeat Radio" (in uscita a settembre) si torna, dunque, a quelle origini sonore che hanno intrigato gli ascoltatori d'Europa. Il pop, infatti, è l'autentica "cup of tea" di questo raffinato musicista che usa la grazia di confezionarci un disco ricolmo di autentiche gemme melodiche impreziosite da quegli arrangiamenti bacharachiani che sono il suo marchio di fabbrica. Un'opera in cui i rimandi ai padri nobili della catchy-music (Paul McCartney, Elvis Costello, XTC, Prefab Sprout) sono strettamente congiunti all'indie inglese di stampo "Belle and Sebastian", sorretti da sofisticate armonie vocali che strizzano l'occhio ora al bel canto degli anni '60 ("Like Lazenby") ora al cantautorato più recente (sono sfiorati Jeff Buckley e Beck) Sentivamo la mancanza di "Sondre Lerche". Bentornato! (...segue nei commenti...)
Chissà se qualche componente dei "New Order" conosce i "The Nightgowns", band americana nata dalle ceneri di un altro precedente gruppo a nome "The Elephants". Chissà se hanno mai ascoltato qualche loro pezzo. Improbabile...anzichenò. Eppure i brani di "Sing Something" non avrebbero sfigurato nella gloriosa raccolta "Substance" oppure in "Technique". Semplici ed accattivanti melodie scandite dal ritmo della drum machine a definire un synth-pop molto malinconico. L'universo sonoro dei "The Nightgowns" è, infatti, sadness elettronica che alimenta la tremolante fiammella della dark-wave degli anni '80 che furono. Il debutto di "Sing Something", lungi dall'essere l'impossibile rivoluzione musicale che molti vagheggiano, costituisce, comunque, una bellissima "compilation" di lacrimazioni nostalgiche e di ispirate, dolcissime introspezioni che placano l'ansiosa attesa per il debutto ottobrino dei "Never Cry Another Tear"...la band che segna la rinascita proprio degli amatissimi "New Order". Avanti...sù: procedete all'ascolto...tenendo a portata di mano una scatola di kleenex... Ogni tanto fa bene piangere un po'... (...segue nei commenti...)
Anticipando di qualche anno la definitiva affermazione del synth-pop-rock britannico degli eighties (e dei suoi tanti rivoli: elettro e tecno in particolare) un bizzarro ensemble giapponese composto da Haruomi Hosono, già Happy End, Yukihiro Takahashi e, soprattutto Ryuichi Sakamoto, tastierista di formazione classicheggiante, iniziò ad esplorare, sull'esempio dei Kraftwerk, i territori dell'elettronica col nome di Yellow Magic Orchestra. Il frutto migliore di quell'esperienza - purtroppo breve - fu senza dubbio "Solid State Survivor" che, forte del background eterogeneo dei suoi componenti, rielaborava in chiave tecno-sperimentale melodie operistiche, l'art-rock rumorista, la dance, lo space-age-pop con una gradevolezza e omogenietà sorprendente. Un disco che nacque già composto nel futuro, un capolavoro "marinettiano" ma decisamente più lineare ("nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro"), una maniera nuova - terzista diremmo - di fare musica fra i barocchismi del progressive declinante e i furori ciechi del punk (nato morto). Non a caso, forse, in occasione del trentennale dell'uscita, il gruppo (temporaneamente riformatosi) ha deciso di tenere qualche concerto in giro per il mondo anche se quello previsto per il 10 settembre al Lingotto di Torino è purtroppo saltato per beghe organizzative In ascolto (...segue nei commenti...)