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    • Argomento della discussione"...ho bisogno che i protagonisti si facciano male l'un l'altro...
    • ...in quella polemica di parole ed immagini che è la vita..."

      A partire dal secondo dopoguerra si sviluppano negli Stati Uniti correnti alternative all'entertainment seriale hollywoodiano favorite dalla diffusione e dalla fruibilità delle nuove tecnologie e, soprattutto, dall'influenza del surrealismo e dalle avanguardie artistiche europee.
      Cineasti come Kenneth Anger, Sidney Peterson, Maya Deren (tra gli altri...) pongono le basi del cinema underground a stelle e strisce con un'audacia pari alla fantasmagoria creativa ma soltanto negli anni '60 le tendenze all'innovazione filmica, emerse in precedenza prepotenti ma caotiche con il beat ginsbergiano, l'estetica pre-videoclippara di "Scorpio Rising" e lo strutturalismo di Michael Snow, saranno codificate in maniera - per quanto possibile - più organica.
      Nasce il "New American Cinema" (a cui aderiscono una ventina di registi) movimento tumultuoso che si propone il superamento della tradizione al confine fra la performance, il realismo e la multimedialità perseguendo l'espansione dell'esperienza dello schermo in altre forme espressive.
      In una posizione intermedia tra la sperimentazione provocatoria del new cinema - di cui, però, non firma il manifesto - ed il cinema narrativo si colloca l'opera di John Cassavetes a cui "fuori orario" dedica stanotte "(no)made in USA" a cura di Francesco Di Pace con la programmazione di "Faces" (1968) e di "Una moglie" (1974).
      "Ombre" - presentato e osannato dalla critica a Venezia nel 1959 - aveva rappresentato certamente per l'autore esordio folgorante di innovazione linguistica che, semi-improvvisato sulla (falsa)riga di un canovaccio, mescolava in maniera spregiudicata una tecnica ispirata al neorealismo, al documentario e alla (già onnipresente) tv con un ritmo liberamente modulato sulla colonna sonora di Charles Mingus ma è con "Faces/Volti" che Cassavetes si spinge nell'esplorazione d'uno sperimentalismo radicale.
      Girato nell'economia dei 16 mm con due cineprese è un work in progress sul tema della crisi matrimoniale a cui l'autore dalla enorme mole di riprese effettuate (esisteva una versione di quattro ore e, comunque, più di 150 ore di materiale registrato) conferisce forma organicamente accettabile passando quasi quattro anni nella sala di montaggio adattata nel garage della sua abitazione.
      I 125 minuti dell'opera definiscono (ed afferrano, pertanto) i contorni dell'essenza stessa di un modo di pensare e fare cinema che, pur fiero della sua indipendenza e scevro da compromessi mercantili, emerge dall'indistinta e sterile oscurità dell'underground per mostrare attraverso gli "sguardi" tesi e disperati dei volti dei protagonisti ciò che il perbenismo confina nell'invisibilità: il fallimento (esplicito) della coppia metafora del fallimento (inevitabile) delle costruzioni sociali borghesi.
      Il film, radicale improvvisazione che discende dal cinema "diretto" dei Rouch e dei Rogosin, è affresco claustrofobico sulla dissoluzione dei sentimenti, dispersione incongrua ma al contempo lucida e nitidamente percepibile analisi delle incomprensioni, delle nevrosi, delle solitudini e, dunque, delle (inevitabili) sconfitte che sconquassano le unioni tra gli uomini e le donne.
      Un manifesto sull'incomunicabilità umana che Cassavetes mai più oserà mostrarci con tanta nuda atrocità.

      (...segue nei commenti...)
    • Post di nicola (nick67)
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    • Ultimo commento di dj nepo
    • Ultima volta online 1 May 2010

    • Tags cinema | Fuori Orario | John Cassavetes
    • Views 51
    • Argomento della discussione“La felicità non esiste. Di conseguenza non ci resta che provare ad essere felici senza…”
    • Capolavoro del non-sense o sperimentazione (dell’)assurd(o)a?
      La storia del professore di chimica Julius Kelp, irriducibilmente goffo, dalla cacofonica stridula voce, vittima predestinata degli scherzi feroci dei suoi studenti, che elabora una pozione in grado di trasformarlo nell’affascinante seduttore Buddy Love è solo l’esilarante stravolgimento del mito del “Dottor Jekyll and Mister Hyde” oppure la grottesca metafora dell’impossibilità di essere normali?
      Senza ombra di dubbio “Le folli notti del dottor Jerryll” rappresentano il tentativo di un comico di de-costruire gli stereotipi degli slapstick-movies che gli avevano cucito addosso la maschera di giullare pasticcione.
      Giunto alla sua quarta prova come regista, Jerry Lewis, all’apice del successo come attore, rimescola le carte giocando (pericolosamente) con sé stesso e la propria fama, ri-appropriandosi della storia stevensoniana per mettere in scena il delirio di un personaggio che lo affranchi dal dovere, sempre più penoso, di essere ilare “a tutti i costi”…
      …e il film, pur contenendo momenti di grande divertimento (Lewis conosce alla perfezione i tempi della risata e padroneggia mirabilmente il ritmo dell’opera), ha un andamento “irregolare” e tocca differenti registri estetici apparendo di volta in volta grottesco e greve (nel momento in cui Kelp viene beffeggiato), orrorifico (durante la trasformazione), melodrammatico (quando il professore ricorda all’amata Stella l’infanzia infelice e la debolezza caratteriale del padre).
      A prevalere è soprattutto un senso di straniamento, le manifeste illogicità di stampo surrealista (nel sarcastico finale), gli incongruenti “coup de theatre” (il pappagallo che mangia la formula della pozione), i continui cambi di prospettiva che conferiscono al film il sapore d’una continua demistificazione.
      Lewis non ama Hollywood (che gli ha dato il successo ma lo ha imprigionato in un clichè): sa d’avere la vocazione d’un Mister Hyde (ecco il geniale capovolgimento stevensoniano) in perenne conflitto con il mondo ma prova a calarsi nei panni d’un aitante Dottor Jekyll, gli piacerebbe essere sempre Hyde (come quel Dean martin che gli faceva da spalla) ma imprigionato in un aspetto, in gesti e in una voce goffi…è condannato ad essere un Jekyll ancora più caricaturale di come il pubblico lo vuole.
      Il film risiede (forse) tutto qui, in questa contraddizione allo stesso tempo esilarante e drammatica: la follia che ribalta l’ordine ed il senso delle cose e che delinea, per di più, i contorni di una satira “acida” sulla futilità del cinema e sugli spietati meccanismi della società americana (il padre della sua fidanzata s’arricchirà producendo e vendendo la pozione).
      Probabilmente il regista non sarà mai più personale, sincero, lucido, sarcastico, malinconico e sottilmente anarchico come in questo film e, certamente, lo sperimentalismo avventuroso ed incosciente delle riprese, il montaggio frenetico, l’abilità nell’uso del colore (la sequenza della prima trasformazione è sconvolgente) fanno di quest’opera un capolavoro la cui scritta “the beginnig” posta alla fine è solo l’ultimo paradossale sberleffo: finisce il film, inizia la vita ma nel continuum che lega indissolubilmente l’uno all’altra non è dato intravedere un minimo comune denominatore di “senso” o l’approdo ai propri “desiderata”.
      Stanotte: a “Fuori Orario” su rai3.
    • Post di nicola (nick67)
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    • Ultimo commento di nicola (nick67)
    • Ultima volta online 5 Dec 2009

    • Tags cinema | Fuori Orario | Jerry Lewis | Le folli notti del dottor Jerryll
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    • Argomento della discussione“Dies Irae, dies illa solvet saeclum in favilla…”
    • L’inatteso (o, forse, annunciato) insuccesso del metafisico “Vampyr” (1933) aveva segnato l’inizio della decennale interruzione dell’attività cinematografica per Carl Theodor Dreyer che, nel periodo più duro e cupo dell’occupazione tedesca in Danimarca, riprende, però, a girare - nella sua Copenhagen – un’opera tratta dal dramma di Hans Wiers-Jenssen “Anne Pedersdotter”.
      La struttura narrativa del film è incentrata, come lo fu già per “La passione di Giovanna d’Arco” del ‘28, sul tema dell’intolleranza (che Dreyer respinge radicalmente) che nasce essenzialmente dalla superstizione legata alle pratiche esoteriche e/o religiose.
      E’ davvero una strega Anne, seconda moglie del severo pastore protestante Absalon che diventa l’amante di Martin, figlio di lui, suscitando “l’ira” della suocera Merete?
      Certo che no...
      Per quale motivo, poi, avrebbe deciso di accogliere nella sua casa la vecchia Marte, accusata di stregoneria, che, però, non riuscirà a salvare dalla tortura e dal rogo?
      Sfuggire, probabilmente, all’aridità spirituale di un ambiente bigotto...
      Quando, però, i chirichetti salmodianti con le loro voci bianche e acutissime le passano accanto finisce col cedere: un lampo le illumina gli occhi, un misterioso sorriso le compare sulle labbra e confessa l’adulterio e il ricorso alla magia accettando senza tremare la condanna al rogo.
      L’inconoscibile viene rivelato in una resa silenziosa che manifesta implicitamente l’orgoglio “eretico” di una donna che è strega nella misura della sua modernità, nel suo desiderio, cioè, d’amare e decidere della propria vita fino al martirio delle fiamme.
      Contrariamente a quanto aveva fatto con Giovanna d’Arco, Dreyer con i lenti movimenti della macchina da presa mostra per Anne dolore e sensibile pietà umana comprendendo la singolarità commovente della sua figura di donna coraggiosa e forte nei sentimenti.
      “Dies irae” - stanotte in onda a “Fuori orario” su Rai3 - è un atto di accusa contro il fanatismo religioso, i pregiudizi e la repressione sociale e sessuale ed ancor più, al contempo, una raffinatissima e sottile analisi psicologica sull’ambiguità stessa dell’animo umano che segue delle coordinate imprevedibilmente tortuose nascondendosi in segreti inconfessabili sintomi di viltà e perbenismo e, in definitiva, segni di quella colpa da cui nessuno (dei protagonisti) è immune.
      Come osservato da più d’uno, ciò che rende, però, quest’opera un capolavoro è la perfezione assoluta della sua messa in scena.
      I limiti degli spazi angusti - sono pochissimi, infatti, gli esterni - in cui si sviluppano lentissime, quasi “ieratiche”, le vicende sono sublimati nell’incanto della fotografia morbidamente in controluce di Karl Andersson e nelle magistrali inquadrature in soggettiva dei volti che compongono “tableaux vivants” rembrandtiani tutti fondati sulla contrapposizione del chiaroscuro luminosità degli ambienti/oscurità dei personaggi.
      La sintesi compiuta del rifiuto razionalistico del fanatismo religioso con la sobrietà figurativa delle immagini risiede proprio nella sequenza della confessione di Anne.
      Biancovestita, con le labbra volte al sorriso, accompagnata dai dolci salmi dei chirichetti in uno spazio illuminatissimo diventa – a prezzo e, dunque, con la negazione della vita stessa - la trasfigurazione simbolica dell’anelito non solo all’affermazione della propria peculiare diversità ma soprattutto ad una purezza che riscatti l’abisso umano e l’insondabile mistero in cui è avvolto.
      Uno dei momenti significativamente più profondi del cinema teorico di Dreyer.
    • Post di nicola (nick67)
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    • Ultimo commento di nicola (nick67)
    • Ultima volta online 9 Oct 2009

    • Tags cinema | Fuori Orario | dies irae | Carl Theodor Dreyer
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    • Argomento della discussione"L'essere e il nulla"
    • In una Budapest spettrale e livida, fin già nella sua rappresentazione simulacro metaforico d’una compiuta dissoluzione esistenziale, vaga con una bicicletta uno spacciatore, ex-tossicodipendente, bizzarro e solitario viaggiatore tra un’umanità disperatamente infelice…attraversando strade ed ambienti vuoti e freddi…scossi di tanto in tanto da improvvise esplosioni di violenta follia collettiva.
      Visita scrupolosamente i suoi clienti, campionario assortito di reietta marginalità: il guru di una setta religiosa allo stadio terminale, un culturista interamente ricoperto da ustioni, due ragazze in cerca di emozioni forti, il figlio disadattato di una famiglia malavitosa, un padre in preda a crisi allucinatorie che scava un’enorme fossa nella sabbia d’una spiaggia dinnanzi ai suoi due figli, una donna tossica con a carico una bambina (la sua bambina?)…
      Chi è quest’uomo che oscilla tra la catatonia ripetitiva di gesti sempre uguali e l’impassibile freddezza che mostra al contatto con l’orrore della sofferenza altrui?
      Demonio o angelo? Un Hermes post-moderno…forse che non annuncia alcuna buona novella perché - con buona pace della teodicea leibniziana sulla bontà di Dio, la libertà dell'uomo e l'origine del male – al contrario egli sembra essere il testimone del compimento d’una ateologia dell’irrazionale, della solitudine irriducibile, dell’assurdità dell’esistenza, del degrado fisico specchio d’una necrosi morale.
      La somministrazione della droga è paradossalmente un gesto di compassione e le sostanze somministrate non più il mezzo per lo sballo dionisiaco o per la fuga artificiale dal sé quanto il placebo temporaneo ad un dolore assoluto per un’umanità la cui atroce parabola è segnata.
      “Dealer”, opera seconda dello straordinario regista ungherese Benedek Fliegauf, in onda stanotte a Fuori Orario per “lo spettatore iniettato” - dopo la provocazione sperimentale di Pierfrancesco Bargellini – è l’esemplificazione del fallimento delle certezze teoriche del provvidenzialismo finalistico di qualsiasi teoria metafisica, la certificazione della fallibilità e, dunque, del fallimento del singolo, dell’impossibilità per l’uomo d’essere libero “dal male” perché è impossibile la libertà stessa come scelta di un possibile altro…migliore o semplicemente diverso.
      L’affascinante, rigoroso ed esasperante stile registico di Fliegauf è capace di impensabili finezze ma, a dispetto del lirismo tragico del finale, centrale sembra essere, in nome di un pessimismo della ragione che nega la possibilità della trascendenza, lo scacco “esistenziale” di un’umanità che è…per l’angoscia e il dolore.
      L’autore ungherese per dare forza ad un impianto teorico-narrativo in cui centrale sia l’evidenza dell’umana sofferenza predilige estenuanti piani-sequenza, con pochissimi tagli, che convergono con un uso circolare dei lentissimi movimenti di macchina sulla soggettiva dei volti dei protagonisti che sono colorati del freddo blu dei toni tenui della fotografia.
      Audacemente un po’ Dreyer e un po’ (più) Tsai Ming Liang, Fliegauf realizza una delle opere cinematografiche più interessanti, sconvolgenti di questi anni ’00 in cui ogni sequenza, ogni gesto è il fluttuante moto di un’anima sgomenta nella consapevole incapacità di venire a capo del senso del tragico della vita al di là del bene e del male…
    • Post di nicola (nick67)
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    • Ultima volta online 18 May 2009

    • Tags cinema | Fuori Orario | Benedek Fliegauf | Dealer | cinema iniettato
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    • Argomento della discussioneRun, baby, run...
    • Il Film che mostrò all’occidente - nell’ormai lontano 1985 - il talento purissimo di Amir Naderi ha le coordinate formali e sostanziali del neorealismo italiano del dopoguerra o del “cinema novo” brasiliano degli anni ’60: lo stesso modo di accostarsi agli esseri umani attraverso la rappresentazione degli affanni di un bambino.
      Come già fu per il duo De Sica-Zavattini – si pensi a “I bambini ci guardano”, a “Sciuscià” o a “Ladri di biciclette” – anche per il regista iraniano, infatti, la tematica infantile costituisce uno strumento potente di analisi della realtà.
      Naderi si serve della figura di Amir (autobiografica sin dal nome) per sintetizzare lo smarrimento emotivo e sociale di un’intera generazione di giovani che ha conosciuto l’orrore della guerra (il conflitto Iran – Iraq a cavallo degli anni ‘70 e ’80) e che ha perso con essa i sogni di una vita migliore e la speranza nel futuro.
      Il ragazzo – un homeless – vive marginalmente sostenendosi con qualche lavoretto precario nell’area portuale della sua città, come facevano Giuseppe e Pasquale di Sciuscià, guarda le navi, auspica di salirvi a bordo e di partire un giorno, raccoglie bottiglie di birra vuote gettate nella sabbia.
      Capisce l’importanza dello studio: il soggiorno scolastico sarà problematico e conflittuale ma la gara situata nel finale del film in cui Amir divide “il premio” segnerà una cesura definitiva con l’individualismo disperato rappresentando l’inizio di un possibile (?!) nuovo corso solidaristico.
      Diversamente dalla lezione “zavattiniana” Naderi rifugge qualsiasi espediente favolistico per aderire “toto corde” – piuttosto - al sobrio sentimentalismo di un De Sica configurando uno stile narrativo capace di armonizzare il lirismo di un’iconografia ricca di suggestioni (le panoramiche del ragazzo che corre, il mare, la nave arenata, etc.) con la rappresentazione di una realtà durissima dove regnano indisturbate ingiustizie assortite, la solitudine e la frustrazione derivante dall’impossibilità di mutare il corso della propria vita.
      Ogni cosa in quest’opera appare omogenea: la percezione delle scorie velenose dell’esistenza, l’ansia di documentazione autentica della perdita di un “senso comune”, lo sguardo ad occhi asciutti - senza enfasi retorica auto compassionevole - sulle miserie, i disagi, le viltà, la pazienza di un intero popolo…visto con gli occhi d’un bimbo…
      L’asciuttezza spartana di uno stile che evita didascalismi è allo stesso tempo rigorosa e lieve: tutto sembra semplice, naturale ed immediato, mentre tutto deriva da una minuziosa elaborazione teorica della realtà come nella migliore tradizione del neorealismo.
      La fotografia luminosissima che magnificamente cattura gli elementi naturalistici di cui Naderi – da buon orientale – dissemina il film, l’uso di un montaggio che conferisce dinamicità ai momenti drammaturgicamente più rilevanti alternato all’impiego del ralenti che materializza la speranza di una fuga e i sogni definiscono la competenza stilistica di un autore straordinario che ha saputo regalarci – soprattutto con la trilogia newyorkese – opere di grande interesse anche sperimentale.
      “Il corridore”: stanotte (o alle prime luci dell’alba) a fuori orario per “Corri ragazzo, il futuro è dietro di te”.
    • Post di nicola (nick67)
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    • Ultimo commento di dj nepo
    • Ultima volta online 6 Apr 2009

    • Tags cinema | Amir Naderi | Roberto Turigliatto | Fuori Orario | Il corridore
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    • Argomento della discussione"Il silenzio è un dono universale che pochi sanno apprezzare...
    • ...Forse perché non può essere comprato. I ricchi comprano rumore. L'animo umano si diletta nel silenzio della natura, che si rivela solo a chi lo cerca.."

      Quando Chaplin realizza nel 1918 “Vita da cani” il personaggio di Charlot ha ormai tutti gli attributi con cui passerà alla storia del cinema: i baffetti, la bombetta, i pantaloni larghissimi, le scarpe sfondate, il bastoncino sempre sul punto di rompersi.
      Nei cinquanta e passa cortometraggi e film prodotti fino a quel momento la comicità da esteriore era diventata sempre più profonda caricandosi progressivamente di una dimensione umanissima…quasi patetica.
      Con quest’opera, però, l’estetica chapliniana si tinge in maniera definitiva di elementi al contempo tragici, ingenui e poetici a circoscrivere la solitudine di Charlot in uno sfondo sociale rappresentato con duro realismo e con un severo sguardo critico.
      Ancora una volta l’omino con i baffetti è un vagabondo che vive di espedienti alle prese con la fame e martoriato dal freddo e, infatti, gli sarà impossibile trovare lavoro e, dopo una serie di vicissitudini, fatta amicizia con un cane, conoscerà una cantante con cui andrà a vivere in campagna…
      Alla stessa stregua dei precedenti “Charlot emigrante” e “Charlot soldato” anche “Vita da cani” mostra una struttura narrativa drammaturgicamente complessa e le riprese estremamente curate (la pignoleria di Chaplin diventa maniacalità quando le scene vengono ripetute trenta volte di seguito) con un ritmo preciso dell’azione cadenzata dal perfetto montaggio.
      Sociologicamente il film è uno spietato j’accuse contro le falsità retoriche dell’american dream e di quelle caratteristiche sociali di cui è portatore: la carità, il paternalismo, l’interclassismo, la radicalizzazione dei privilegi, il cinismo delle istituzioni, la grettezza e l’ipocrisia del provincialismo borghese.
      La satira chapliniana lievissima in apparenza, ma feroce nella sostanza, sgretola l’ottimismo fideistico di un improbabile progresso sociale ed escogita una possibile - quanto necessaria - fuga “bucolica” quale extrema ratio utopistica alla felicità umana.
      Il pathos malinconico dell’autore in questo finale interlocutorio – sebbene all’apparenza consolatorio - prevale sul senso del tragico che alimenta le situazioni narrative del film e non lascia in alcun modo presagire il pessimismo irriducibile che caratterizzerà le opere successive dell’autore e, in particolar modo, quelle conclusive della sua inimitabile carriera artistica.
      Il personaggio di Charlot, però, in questo film appare – una volta di più – l’archetipo di un’umanità ferita e disillusa che cerca un improbabile riscatto nei valori dell’individuo contro la violenza dell’organizzazione sociale e la sua implacabile ferocia.
      A fuori orario per “Il set impossibile della comunità” a cura del prof.Turigliatto
    • Post di nicola (nick67)
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    • Ultima volta online 5 Apr 2009

    • Tags cinema | Roberto Turigliatto | Fuori Orario | Vita da cani | Charles Chaplin
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    • Argomento della discussioneStaroje i Novoje
    • Nel 1926 Ejzenštejn scrive insieme a Grigorij Aleksandrov un soggetto per la realizzazione di un film sulla collettivizzazione: "La linea generale", la direttiva guida, cioè, del partito comunista sovietico in materia di tecnica agricola. Il progetto viene accantonato in favore di "Ottobre", realizzato l'anno successivo per celebrare il decennale della rivoluzione. Con il titolo di "Il vecchio e il nuovo/La linea generale" - che assorbe, pertanto, anche il nome del soggetto originario - il film vede la luce nel 1929...non senza qualche problema, però, dal momento che Ejzenštejn decide di non attenersi alle indicazioni della burocrazia del partito che avrebbe voluto farne un'opera essenzialmente didattica in cui si sarebbe dovuto illustrare l'uso delle nuove macchine agricole.
      L'autore, ormai, è completamente distante dalla cappa culturale di quegli anni tutta tesa all'indottrinamento delle masse, spostandosi verso un'idea di cinema sempre più complessa e antinaturalistica: le norme del realismo tradizionale in cui era cresciuto non gli appartengono più ed anzi con orgoglio rivendicherà l'adesione al materialismo...unica maniera - a suo avviso - di suscitare sensazioni e reazioni.
      Nonostante sia stato costretto a visitare le fattorie contadine per assimilare l'atmosfera della vita agricola, Ejzenštejn struttura, dunque, il plot narrativo rivolgendo l'attenzione soprattutto ai problemi della quotidianità.
      Nelle campagne russe - alla fine degli anni '20 - il tratto distintivo è quello della povertà assoluta e Marfa Lapkina, rimasta vedova, non potendo utilizzare il cavallo per arare, impiegherà la propria vacca malata fino al momento in cui un funzionario del partito la convincerà - insieme a pochi altri - alla cooperazione collettivistica per superare le sempre più crescenti difficoltà. L'acquisto di una scrematrice, di un toro e di un trattore (in tempo utile per il raccolto) saranno i presupposti - nonostante le avversità e i contrasti con gli agricoltori più benestanti - per migliorare le miserabili condizioni di vita e scoprire, alla fine, i vantaggi del lavoro svolto in comune.
      Qualche critico ha tacciato - a mio avviso ingiustamente - l'opera di propagandismo fine a se stesso, di collateralismo referenziale ma, invero, emerge da un lato la precisa volontà dell'autore di testimoniare la forza rinnovatrice della Rivoluzione socialista e dall'altro la fiducia in una possibile palingenesi imperniata sul connubio tra le capacità umane ed il progresso tecnologico.
      L'intero svolgimento del film sembrerebbe dimostrare questo assunto simil-fideistico e, inoltre, il complesso sistema metaforico che sottende la trama - di certo estraneo al realismo socialista - evoca una opportuna, possibile ricomposizione fra l'uomo/e/la natura e la macchine/industria in una sorta di "idillio" laico sottolineato dalla successione di una quotidianità contadina ritualisticamente dura ma priva di retorica pietista.
      I movimenti di macchina calibrati, la fotografia sensibile di Edvard Tissè e il costante uso della profondità di campo sono al servizio di un'opera sincera ed equilibrata che sembra un paradossale atto di fede nei confronti dell'uomo e della cooperazione.
      Il film fu un insuccesso: avversato dal partito che aveva in mente tutt'altro, costò una pesante rampogna ad Ejzenštejn - pare - da Stalin in persona.
      Rimaneggiato, in alcuni punti rimontato, preludio al sospetto con cui - da qual momento in poi - sarà guardato dal regime e all'incursione sfortunata in occidente (Stati Uniti e Messico) del regista...stanotte in onda a fuori orario per "Il fuoco ghiacciato delle stagioni".
      Ovviamente imperdibile.
    • Post di nicola (nick67)
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    • Ultimo commento di meister
    • Ultima volta online 27 Mar 2009

    • Tags cinema | Fuori Orario | Sergej Michajlovič Ejzenštejn | Il vecchio e il nuovo/La linea generale
    • Views 85
    • Argomento della discussioneBye bye love, bye bye happiness...
    • Tanto per chiarire: chi (vi) scrive è convinto che Tsai Ming Liang sia – e da tempo - uno dei più grandi autori cinematografici degli ultimi anni almeno da quando la sua opera seconda – “Vive l’amour” – lacerò le coscienze del pubblico occidentale ottenendo il Leone d’oro alla Biennale Cinema a Venezia nell’ormai lontano 1994.
      I film del regista taiwanese sono itinerari nella solitudine e nell’incomunicabilità: bozzetti desolati e struggenti di esseri umani isolati ed incapaci di rapportarsi al prossimo se non in una maniera fugace ed alienata attraverso rapporti sessuali squallidi e disperati.
      Qualcuno obietterà che questi temi sono comuni a buona parte del cinema d’autore contemporaneo: nessun regista, però, ha l’efficacia di Tsai, nessuno probabilmente possiede la sua straordinaria capacità di rigorosa quanto raffinata costruzione della messa in scena (filmica).
      Il suo cinema in questo senso ha più d’un punto di contatto con quello di Antonioni nella rappresentazione del malessere umano ma mentre nel maestro italiano gioca un ruolo essenziale la configurazione quasi geometrica di un paesaggio urbano o rurale che è fonte d’alienazione, Tsai predilige claustrofobici spazi chiusi, appartamenti per lo più, che sono monadi dentro cui altrettante monadi conducono esistenze insignificanti ed infelici.
      Stanotte “fuori orario” ci fa un regalo decidendo ti trasmettere uno dei suoi film più incantevoli, struggente e allo stesso tempo disperatamente malinconico, “Che ora è laggiù” opera che reputo essere una delle più significative espressioni dell’arte contemporanea.
      Hsiao-kang vende orologi a Taipei e qualche giorno dopo la morte del padre conosce Shiang-chyi, che partirà di lì a breve a Parigi.
      Hsiao-kang, oppresso da una madre fuori di sé dal dolore che attende il ritorno dello spirito del marito, vive nel ricordo della ragazza regolando tutti gli orologi che possiede sull'ora della capitale francese.
      Nel frattempo, a Parigi, anche Shiang-chyi stranita dalla sua nuova quotidianità si strugge nel ricordo di Hsiao-kang vivendo esperienze che la rapportano in toto alla sua vita precedente a Tapei.
      Tsai arricchisce la sua poetica d’una riflessione sulla caducità della vita – e dunque sulla morte – sull’amore e sulla reversibilità psicologica del tempo in rapporto all’amore stesso.
      A “Che ora è laggiù” potrebbe essere applicata, infatti, l’idea di fondo del capolavoro di Resnais “Hiroshima mon amour” - ripresa anche dal Gondry di “Se mi lasci ti cancello” - che le prime 24 ore d’amore siano quelle più significative nella storia di due amanti e che il resto sia solo ricordo del passato, peso del presente ed incertezza del futuro.
      L’impossibilità che l’amore, dunque, possa reggere la prova della durata in un inutile quanto doloroso rincorrersi per non incontrarsi mai, in un drammatico scarto tra voler essere e poter essere: a dimostrazione dell’impossibilità stessa d’amare al momento giusto.
      In questo film Tsai raggiunge vertici di lirismo figurativo che hanno avuto pochi eguali nella storia del cinema: estrema profondità di campo a costruire delle inquadrature in cui le figure appaiono smarrite e oppresse dalla presenza freddissima di pareti, porte, finestre, mobilia affastellata.
      I protagonisti sono collocati all’interno di queste inquadrature da soli raggelati essi stessi in composizioni magistrali che indicano implacabilmente la distanza emotiva che separa ogni essere umano da qualsiasi altro.
      Nell’incredibile sovrapposizione simbolica e nel continuo omaggio al cinema europeo del passato (Antonioni in primis ma anche il Truffaut de "I quattrocento colpi" - le cui sequenze appaiono rapidissime – con la presenza dell’indimenticabile Jean-Pierre Léaud) si consuma il dramma di due giovani vite che si sono sfiorate e che difficilmente si ricongiungeranno.
      Tra i tanti film che vi ho suggerito in tutti questi anni, questo è probabilmente quello che mi piacerebbe tutti voi vedeste…il capolavoro del paradiso della felicità perduta o mai avuta…
    • Post di nicola (nick67)
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    • Ultimo commento di laf
    • Ultima volta online 11 Mar 2009

    • Tags cinema | melos tanneriano | Fuori Orario | Tsai Ming Liang | del perduto amor | Che ora è laggiù?
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    • Argomento della discussione"...la verità ultima è irraggiungibile..."
    • Andrej Tarkovskij, ottenuto il permesso “speciale” dal Comitato del Soviet Supremo di girare nuovamente un film e ricevuto un piccolo finanziamento dalla casa di produzione-gruppo artistico Mosfil’m, pone mano nel ’78 alla realizzazione di “Stalker” (uscirà l’anno successivo) che trae ispirazione dal romanzo “Picnic sul ciglio della strada” dei fratelli Strugatski, proseguendo, dunque, dopo aver subito anni di isolamento ed ostracismo artistico, quella ricerca dell’assoluto e dell’ineffabile iniziata con lo stupefacente “Solaris” e l’introspettivo “Lo Specchio”.
      L’opera, a cui sarà impedito d’esser presentata in concorso a Cannes per l’evidente ostilità del regime nei confronti dell’autore, rappresenta con ogni probabilità l’apice dell’ossessivo anelito di Tarkovskij alla perfezione tecnico-figurativa.
      Alcune guide – gli stalker per l’appunto – accompagnano di nascosto tutti coloro che hanno voglia di visitare quella che è conosciuta come “la Zona”…un imprecisato luogo in un imprecisato quartiere industriale abbandonato dove – forse – sono scesi gli alieni perché lì si trova una misteriosa stanza in cui chi entra può realizzare ogni desiderio.
      Il viaggio dello Stalker e dei suoi clienti (uno scrittore ed uno scienziato) avrà, però, un esito imprevedibile che impedirà loro di varcare la soglia…nel timore d’esser colti da un delirio d’onnipotenza…
      Come affermato dallo stesso autore – differentemente da quanti hanno avanzato metafore ardite ed improbabili – la Zona non simboleggia nulla o, più esattamente, rappresenta il tutto: la stessa vita umana.
      Il viaggio è la parabola di un percorso in cui o ci si arrende alla sua evidente durezza o si resiste coraggiosamente con la propria dignità e con la capacità di distinguere ciò che è – o sembra che sia – necessario da ciò che è transitoriamente fugace…
      “Stalker” è l’atroce tormento tarkovskijano di fornire una risposta ai dubbi che nascono dal contrasto fra una realtà incomprensibile e i desiderata di un “Io” inevitabilmente narcisista.
      Il film è attraversato tutto dall’inquietudine dolorosa dell’impossibilità umana di conoscere, e dunque possedere, la verità ultima che è anche la consapevolezza di Tarkovskij dell’impotenza stessa dell’arte (la sua arte cinematografica) di modificare la realtà e definirne il senso.
      Il film è essenziale nel ritmo narrativo e visivo con una prima parte in bianco e nero ed una seconda, invece, colorato con una prevalenza di tonalità basse e sporche.
      Anche in quest’opera rimbalzano da quelle precedenti gli elementi che più comunemente compongo l’arte di Tarkovskij…l’acqua in primis, presenza ossessiva nelle sue più svariate manifestazioni: la pioggia, lo sgocciolio, la putrefazione delle pozzanghere che vengono riprese con le lentissime carrellate dei movimenti di macchina.
      “Stalker” è un film che si muove a cavallo tra la fantascienza apocalittica e post-atomica e il cortocircuito di una meditazione filosofica senza via d’uscita a testimonianza della ferrea coerenza della poetica tarkovskijano: enigmatico e sfuggente come l’espressione desolata della moglie della guida, inquietante come la piccola figlia paralitica che – nel finale – fa muovere con lo sguardo i bicchieri posati sul tavolo ed angoscioso come l’incombere del buio e il vagare per raggiungere una meta che non significa nulla: come la vita stessa.
      Stanotte a fuori orario...dopo la sbornia di san valentino...

      *(una delle più belle scene della storia del cinema)
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    • Ultimo commento di laf
    • Ultima volta online 16 Feb 2009

    • Tags cinema | Fuori Orario | Andrej Tarkovskij | Stalker
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    • Argomento della discussione"C'è qualcuno lassù?..."
    • In una piccola, sperduta casa di campagna di un imprecisato villaggio russo si consuma l'elegia muta e disperata di un figlio che accudisce la madre malata.
      Gli ultimi colpi di coda del terribile inverno russo lasciano il passo alla fioritura dei meli, timidi vagiti di una tardiva primavera, e cadenzano una quotidianità fatta di piccoli gesti amorevoli. L'uomo alimenta il fuoco, prepara il cibo, accarezza la donna...la consola con premura gentile pettinandole i capelli, le legge vecchie lettere.
      Accondiscende i desideri di una vita che sta per finire: porta la madre fuori di casa in braccio per farla stare all'aria aperta, l'appoggia ad un albero, la sdraria su una panchina.
      Intorno la natura scandisce i suoi ritmi, ora teneramente ora cupa ed ostile, disinteressandosi delle vicissitudini umane, seguendo i propri cicli predeterminati ed immutabili quasi fosse un protagonista "terzo", estraneo ed indiffererente all'inesorabilità con cui il male travolge la vita.
      Aleksandr Sokurov costruisce un film anti-narrativo allo stato puro.
      All'autore, infatti, non interessa la coerenza o la congruità della materia trattata perchè "Madre e figlio" ha la consistenza di una lirica dolente che diventa riflessione filosofica sull'ineluttabilità del nostro destino: "C'è qualcuno lassù?" chiede la donna lacerata dal dolore della malattia, "No, non c'è nessuno" le viene detto.
      La donna si spegne lentamente tra le braccia del figlio a cui rimane la tragedia della perdita e la...solitudine.
      Il regista russo dilata i tempi delle riprese, manipola le tonalità dei colori calibrando in maniera straordinaria la luce come se il film fosse un quadro su cui dipingere i personaggi anzichè filmarli.
      In alcune circostanze ci sembra che la sequenza s'interrompa per comporre un affresco in cui l'unico richiamo sensoriale è dato dai rumori della natura circostante...in maniera del tutto complementare alle immagini.
      La tecnica delle riprese stesse è effettuata con obiettivi deformanti ed inclinati per rendere la bidimensionalità piatta delle scene come se ciò che si vede...ci appaia come un dipinto in cui lo spazio è solo tratteggiato e non rappresentato nel suo moto.
      Una scelta estetica di tipo figurativo - in cui Sokurov riproduce opere di Friedrich, Turner, Shishkin, Polenov, Levitan - che è anche etica perchè evidenzia in maniera rigorosa - piegandola alle ragioni della forma - il mistero impenetrabile dell'esistenza.
      I toni sospesi ed esitanti sono un ritratto laico...soffocato da un senso di inutilità che annulla qualsiasi trascendenza in cui, alla fine, l'unico elemento che si materializza in senso fisico - laddove l'ambito è continuamente impalpabile - è l'amore tra madre e figlio: la più alta manifestazione della dignità umana.
      Un film di insuperabile bellezza. Probabilmente irripetibile.
      Stanotte su rai3 a "fuori orario" dopo il controverso, meditabondo - altrettanto sokuroviano - "Padre e figlio".
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    • Ultimo commento di fox
    • Ultima volta online 14 Feb 2009

    • Tags cinema | Fuori Orario | Aleksandr Sokurov | Madre e Figlio
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    • Argomento della discussione"...dobbiamo vagare per sempre, dobbiamo vivere per sempre..."
    • Pietroburgo.
      La voce fuori campo di un narratore (è lo stesso regista) parla su un fondo nero: "apro gli occhi e non vedo nulla".
      Si apre l'obiettivo ed appaiono i personaggi che occuperanno l'Hermitage. La voce inizia a dialogare con il marchese de Custine, un francese che visitò la Russia nell'800.
      Procederanno insieme nell'esplorazione delle sale dove sarà rievocata la storia russa attraverso l'interpretazione "animata" dei protagonisti: da Pietro il Grande all'imperatrice Caterina, alla famiglia reale tutta indifferente ai cambiamenti sociali a...tantissimi altri...
      Vengono passati in rassegna i dipinti appesi alle pareti prima dell'ultimo ballo di corte alla vigilia della prima guerra mondiale: inizia la mazurka mimata con gesti eleganti da Gergev.
      Il ballo termina, i presenti escono nella notta gelida.
      La voce fuori campo dice come un epitaffio: "dobbiamo vagare per sempre, dobbiamo vivere per sempre".
      Un film spettacolarissimo che è soprattutto un'impresa tecnica e culturale tra le più incredibili mai realizzate nell'intera storia del cinema.
      Un piano-sequenza che dura quanto tutto il film realizzato in alta definizione digitale, interrotto da un solo (invisibile) stacco.
      Una carrellata affascinante di storici "tableaux vivants" che si intersecano con i sofisticatissimi - nonchè ironici - dialoghi fra il marchese che osserva la Russia con lo sguardo di un occidentale imbevuto di luoghi comuni e la voce invisibile di Sokurov che, al contrario, da russo, sente nella carne gli avvenimenti che scorrono veloci.
      Il regista confeziona una delle più straordinarie opere cinematografiche mai viste sullo schermo rendendo non solo omaggio alla materia che dovrebbe costituire nel profondo un film (le immagini, cioè) ma anche alla storia: quella dei grandi e quella degli ultimi, quella degli avvenimenti epocali e quella quotidiana del falegname di Leningrado tutta strettamente connessa.
      Con uno sguardo pacato ma con vibrante partecipazione e, sopra ogni cosa, con una eleganza figurativa senza pari.
      "L'arca russa" (2002) di Aleksandr Sokurov sarà trasmesso stanotte a fuori orario per "l'immagine sfinita".
      Verrà preceduto da un altro capolavoro - ben più datato però - "Andrej Rublev" di Andrej Tarkovskij.



      (segue nei commenti...)
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    • Ultimo commento di Junkpuppet
    • Ultima volta online 19 Oct 2008

    • Tags cinema | Fuori Orario | Aleksandr Sokurov | Andrej Tarkovskij
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    • Argomento della discussioneSentimenti umani e...
    • Stanotte, venerdì 18 luglio dalle 2.05 alle 7.00, durata 4 h e 55', per "Ancora due ultimi film", fuori orario dedica la sua programmazione a Sadao Yamanaka e a Carl Dreyer.
      Ovvero agli ultimi due film di due fra i più grandi autori della storia del cinema.
      Sadao Yamanaka è il contraltare nipponico di Jean Vigo con il quale condivide una morte purtroppo prematura e l'aver dedicato tutti i 29 anni della propria vita al cinema...in una sorta di totale identificazione con l'arte della decima musa.
      La Ghezzi band - a cui saremo grati in eterno per averci fatto conoscere il cinema orientale - propone l'ultimo ed il più bello dei tre film di Yamanaka che si sono salvati dei 24 che realizzò in vita: "Sentimenti umani e palloncini di carta".
      La triste vicenda di Matajuro e di sua moglie, costretti per vivere a costruire piccoli oggetti di carta, è la metafora "universale" di un'umanità miserabile e avvilita.
      L'odissea (tentativo di rapimento e relativa richiesta di riscatto di una ricca ragazza) che si chiuderà tragicamente (con un doppio suicidio) è rappresentata da Yamanaka in maniera dura e fedele - in questo senso - al realismo giapponese di quegli anni ma anche con grande compostezza e rigore formale.
      La scarna messa in scena della povertà - tal quale - è di forte impatto emotivo...tuttavia, è la grande padrona tecnica di Yamanaka a stupirci...
      I personaggi si muovono come se recitassero un dramma in costume sul palcoscenico di un grande teatro mediante l'utilizzo di enormi "campi lunghi" che escludono l'utilizzo della soggettiva e la fotografia dalla cupa luce trasfigura la banalità del quotidiano in un dolente lirismo.
      Forte è la denuncia sociale dell'autore così come prepotente emerge il desiderio di riscatto per un'umanità sfruttata.
      Ma è troppo tardi ormai per Yamanaka...l'ostilità del regime gli costerà carissima: mandato a combattere al fronte...morirà un anno dopo nel 1938 e gran parte dei suoi film saranno bruciati.
      L'opera successiva "Gertrud" (1964) è l'ultimo film diretto dal "sommo maestro" Carl Theodor Dreyer, l'autore di alcuni fra i più grandi capolavori del cinema di ogni epoca - sia muto che sonoro - quali: "La passione di Giovanna d'Arco", "Dies irae", "Ordet".
      Su Dreyer c'è poco (?!) da dire: per il rigore dello stile, la continua ricerca dei significati più profondi e autentici da dare alla vita dell'uomo, la severità e l'austerità dello spettacolo si pone come termine di riferimento obbligato per ogni ricerca teorica e storica sul cosiddetto cinema d'autore.
      Alla base di "Gertrud" c'è una storia d'amore e i sacrifici che si fanno per amore.
      L'originalità dell'opera è la sua rappresentazione quasi "teatrale" e, perciò, "astratta", affidata, pertanto, ad una scrittura letteraria e ricercata che si concreta dal versante della sceneggiatura in dialoghi intensi e dal lato più squisitamente registico nella scelta di lunghissimi piani sequenza in cui i due protagonisti si parlano senza mai guardarsi (metafora evidente dell'incomunicabilità umana).
      Tutto è perfettamente curato in Dreyer: la scenografia "da interni" claustrofobica, la stilizzata fotografia in bianco e nero, la congruità di un montaggio che include l'utilizzo dei flashback per dispiegare l'intero senso narrativo.
      Un film psicologico che scandaglia le pieghe dell'animo umano...in cui Gertrud è il paradigma della condizione umana: una Giovanna d'Arco (post)moderna consapevole delle conseguenze che avranno le sue scelte.
      Buona visione!
    • Post di nicola (nick67)
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    • Ultimo commento di nicola (nick67)
    • Ultima volta online 21 Jul 2008

    • Tags cinema | Fuori Orario | Sadao Yamanaka | Carl Theodor Dreyer
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    • Argomento della discussionel'altra parte del fiume...
    • Stanotte, venerdì 11 luglio dalle 1.30 alle 7.00, durata 5 h e 30', per "L'esperienza interiore - trasferimenti di modulazione", fuori orario dedica la sua programmazione all'eros, l'argomento certamente più rappresentato dell'intera storia del cinema.
      La maniera, però, è quella disturbata e...poco consolatoria della ghezzi-band (e degli eccellenti curatori Lorenzo Esposito e Donatello Fumarola).
      Si parte dal video-clip che Graziano Staino ha realizzato per il brano "L'orgia" tratto dal diaframmatico "Camminando sul lato selvaggio" di Federico Fiumani e si prosegue con "Sesso incatenato" di William Dieterle sospeso tra raffinato melodramma individuale ed accorata denuncia sociale e politica (non dimentichiamo infatti il background "socialista" del regista tedesco).
      Il clou della mini-rassegna, però, è il successivo "Sex Jack" (Seizoku) di Koji Wakamatsu.
      Nagisa Oshima (di cui Wakamatsu produsse il fondamentale "L'impero dei sensi") ha detto che "i film di Koji Wakamatsu offrono ai loro spettatori un'esperienza che non ha equivalenti alla luce del sole. E' la voce del desiderio, dei propositi delittuosi, e quindi della miseria screziata, che echeggia nella notte".
      L'impatto sul cinema "erotico" che ha avuto Wakamatsu tra la fine degli anni '60 e l'inizo dei '70 è paragonabile a quello di un caterpillar...
      Il cinema erotico che agli albori arrancava con le timidezze di "Le bain" o di "L'ecu d'or"...che iniziava ad osare con "Les vampires" fondendo la rappresentazione della nudità femminile con le sinistre implicazioni sessuali latenti nella figura del vampiro...che fino ad allora era legato nel suo immaginario alle bambole hollywoodiane...che alcuni cineasti europei come Sjoberg e Vadim, Preminger e Kazan - passando per la lolita kubrickiana - cercarono di elevare a rango autoriale...acquista una prospettiva nuova e completamente diversa.
      E' il cinema giapponese dei "racconti crudeli della gioventù" per parafrasare lo stesso Oshima (autore imprescindibile) di Imamura Shohei, di Masumura Yasuzo e dello stesso Koji Wakamatsu che sgretola completamente l'idea di un cinema erotico legato al dualismo vizio ed innocenza, pruderie ipocrita e malizia, che abbandona il concetto di "decente" per rendere funzionale quel rapporto fra erotismo e critica sociale che era stato il tratto saliente della miglior letteratura erotica del sec.XVIII.
      Allenatosi alla palestra dell'estremo con decine di film softcore del genere exploitation-pinku -eiga, Wakamatsu approda magistralmente all'utilizzo del sesso come complessa metafora umana.
      Analogamente ad Oshima, in maniera meno letteraria, e più di qualsiasi altro autore della storia del cinema - se si esclude il meraviglioso Walerian Borowczyk o l'ultimo Pasolini - per Wakamatsu la rappresentazione dei rapporti sessuali e dei ruoli che si giocano all'interno di una coppia sono nella loro estrema atrocità l'esemplificazione dell'agonia della società borghese e al contempo l'espressione dell'insanabile angoscia umana.
      Nel futuro atemporale ed indistinto di "Sex Jack" la claustrofobica forzata convivenza di un gruppo di giovani rivoluzionari in fuga è il laboratorio in cui il nostro autore analizza le passioni e le ossessioni sessuali umane.
      Metafore dei meccanismi di sopraffazione non solo sociali ma più ampiamente politici in cui la prima vittima è quel "fantasma della libertà" - chimera irraggiungibile - le cui limitazioni Wakamatsu aveva conosciuto in prigione prima e poi con le censure del conservatorismo confuciano.
      La durezza dei toni è al servizio di una grande visionarietà stilistica che mostra visibilmente lo stato di crisi ed impotenza degli esseri umani.
      Tutti gli atti degli studenti ribelli - anche quelli terroristici - sono destinati all'insuccesso perchè...è impossibile per l'uomo raggiungere "l'altra parte del fiume" come dice il giovane Suzuki...dar fondo alle proprie utupie.
      In Wakamatsu tutto è possibile: fondere Masoch e De Sade, Jean-Claude Forest e Guy Peellaert, osceno e sublime in un girotondo folle.
      Obbligatoria la sua filmografia (in particolar modo consiglio "L'ombra nuda", lo sconvolgente "L'embrione", "Gli angeli violati")...un punto di partenza per risollevare la crisi transizionale del cinema erotico.

    • Post di nicola (nick67)
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    • Ultimo commento di nicola (nick67)
    • Ultima volta online 12 Jul 2008

    • Tags cinema | diaframma | Federico Fiumani | Erotico | Fuori Orario | Sex Jack | Koji Wakamatsu | William Dieterle | eros
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    • Argomento della discussioneManhattan
    • Continua su Rai3 la rassegna "nell'abisso della città" curata da Roberto Turigliatto.
      Uno dei membri della Ghezzi-band, come saprete...forse il più enciclopedico di tutti avendo realizzato per "fuori orario" oltre duecento puntate e notti tematiche.
      A tal proposito...continuavo a chiedermi quando si sarebbero decisi a trasmettere uno dei film "americani" dell'iraniano Amir Naderi ed eccomi accontentato...
      Non avrei mai pensato, però, che andasse in onda l'intera trilogia dedicata dal maestro alla città di New York o...sarebbe meglio dire, a Manhattan.
      Davvero un regalo straordinario per un cine-guardone quale sono.
      Anzi: un regalo straordinario per chiunque sostenga o pensi soltanto di amare il cinema.
      Dovrò decidere - prima o poi - di ri_scrivere a Turigliatto e ringraziarlo una volta di più per l'opera svolta in favore della divulgazione cinematografica.
      O meglio: andare direttamente in pellegrinaggio a Torino.
      Chissà non si riesca a bere un pernod...guardando, magari, "L'enfant secret" di Philippe Garrel.
      Offro io, esimio prof.Roberto...non dubiti.
      ...
      A partire, dunque, dalle ore 1,40 fino alle 7,00 del mattino andranno in onda, in stretta successione cronologica: "Manhattan by numbers" del 1993, "A.B.C. Manhattan" del 1997 e lo stupefacente, conclusivo, "Marathon" del 2002.
      Ne consiglio, naturalmente, l'intera visione o la completa registrazione perchè l'occasione è unica e i film rappresentano - ciascuno a suo modo - dei piccoli "eventi".
      Etimologicamente.
      Dovendo fare - purtroppo - qualche scelta dico che i due capitoli conclusivi sono i più meritevoli.
      Il migliore, l'imperdibile, è l'ultimo.
      Nel primo - "Manhattan by numbers" - Naderi punta l'obiettivo sulle vicende di uno straniero in cerca di un lavoro.
      La ricerca, però, assume gli aspetti di un'odissea spettrale, metafora dell'angoscia e dello straniamento, e la metropoli newyorkese diventa un labirinto escheriano in cui progressivamente si smarrisce il senso stesso del vivere.
      Volutamente confuso, incongruente, anti-narrativo, minimale.
      Di ben altro tenore, invece, il successivo "A.B.C. Manhattan" in cui s'intrecciano le vicende di tre donne incapaci di prendere decisioni che ne potrebbero condizionare la vita.
      Esistenze precarie alla deriva, una sensazione costante di solitudine in un universo metropolitano ostile in cui lo spazio fisico non è più luogo in cui la vita "accade" ma incombente presenza di simboli che non è più possibile decodificare.
      E senza un orizzonte di senso, distrutte le illusioni ormai confinate alla sfera onirica, la comunicazione verbale inter-personale alla stregua di puro vaniloquio insensato, non rimane altro che contemplare la disperazione che ben trasuda dai volti in soggettiva delle affannate protagoniste alternati magistralmente a lunghissimi piani-sequenza, bozzetti del degrado urbano, manifesti sporchi sui muri lividi.
      Il film più nichilista del maestro iraniano.
      continua nei commenti...

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    • Ultimo commento di nicola (nick67)
    • Ultima volta online 20 Jan 2008

    • Tags cinema | new york | Amir Naderi | Roberto Turigliatto | Fuori Orario
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