Che un'autrice dotatissima, di mezza età (ma francamente ancora bellissima) inquieta e controversa, che fa film per interrompere la sua (principale) attività di pittrice... ...riuscisse a vincere un pacco di premi "oscar" e per di più con un'algida rappresentazione dell'inumano prossimo venturo (o già compiuto...fate voi) contro un kolossal avvenieristico è la dimostrazione che - forse - non tutto è definitivamente perduto e che il cinema è una sorpresa sempre nuova ed inaspettata. Se non lo avete visto (fu presentato a Venezia nel 2008)...correte a scaricarlo...
qualche settimana fa, era sera, giacevo distrutto in una sorta di coma/dormiveglia sul divano di casa. più o meno un violento ko tecnico le cui cause si potevano ascrivere (nell’ordine che desiderate) ad una lunga e noiosissima giornata di lavoro, all’artrosi cervicale, al disgusto per la cronaca politica nazionale, allo schifo per la programmazione insulsa della televisione generalista, a due pesti di nome tommaso e giorgia rispettivamente di dieci e tre anni e mezzo. e se volete aggiungete pure una dose troppo grande di parmigiana di carciofi.
insomma, me ne stavo in questo stato semivegetativo davanti al televisore acceso (finalmente in casa tutti erano crollati e ronfavano alla grande) cambiando canale come un automa. d’improvviso la svolta. su telenorba sette (o otto, non ricordo bene, ma non è rilevante) mi appare davanti l’incredibile trash movie balneare del 1983 “stesso mare stessa spiaggia”. un film chiaramente fuori tempo massimo, nato con l’evidente intento di ricalcare il successo dei vari sapore di mare del periodo. un film allucinante, scialbo e noioso come pochi, improponibile sotto tutti i punti di vista. una piattezza senza fine, sceneggiato male e recitato peggio. ma così candidamente trash da rasentare il sublime.
una roba così dovrebbe darmi la botta finale, ed invece, contro ogni spiegazione logica, mi risveglia dal torpore. comincio a seguire il film come in uno stato di ipnosi, pubblicità comprese. avanti, nella notte, scena dopo scena. alla fine, la scoperta. il destino che si compie. la verità che si rivela. il motivo di tutto. la sigla finale. questa:
Ci risiamo. E' amore! A primo ascolto, come accadde per Bloc Party, The Dears per citare un paio di nomi. Mi spiego meglio. E' universalmente risaputo, sin dalla formulazione della teoria degli opposti ad opera di Eraclito, per passare ad Hegel e giungere a Croce, per non parlare delle Upanishad e i Veda di tradizione indù, che ciò che apparentemente sembra repellersi ed attrarsi in un moto circolare, alla fin fine è destinato, detto molto sommariamente e rudemente - mi scuseranno i filosofi presenti in sal(otto)a - ad un unico epilogo: sostanziarsi in una sintesi. Tutta sta manfrina per dire che cosa? Che quando una voce di tradizione ed impostazione black - e quindi (luogo)comunemente concepita come calda, sensuale, soul - si sposa con sonorità più algide e sintetiche o più semplicemente rockeggianti, a me garba parecchio. E' il caso di questo trio londinese che sta maleducatamente impossessandosi del mio lettore mp3. Buon ascolto.
In Absentia non è solo un disco. “In Absentia” è l'opera di Antonello Pelliccia, con la collaborazione di Gianni Macalli e Paolo Roderi, sonorizzata live dalla band Kobayashi il 5 e 6 giugno 2009 alla 53° edizione della Biennale di Venezia.
In seguito al successo di questa performance i Kobayashi decidono di portare in studio questo viaggio strumentale e di pubblicarlo, a distanza di un anno dall'esordio sulla lunga distanza con l’omonimo “Kobayashi”. La filosofia è sempre la stessa, nessuna regola e molta voglia di sperimentare. Così il trio carrarese si scambia spesso gli strumenti e si muove alla ricerca di nuove sonorità non solo chitarristiche, ma anche tramite l’utilizzo di theremin, marimba, vocoder, microkorg e gakken. Air motel è una suite dalle tinte elettriche addolcita dal violoncello di Lara Vecoli, mentre su Detournement si danza ed è da segnalare l’intervento al sax di Alberto Benicchi (strappato al jazz per sesssanta secondi). L'intreccio di synth iniziale di Vendramin? è il giusto momento per mettersi comodi e aspettare l'arrivo del reading storto e distorto di Laura Pugno che con le sue posie arricchisce un finale dal ritmo sempre più incalzante. Lei non sa chi sono io è una sorta di “marcia” finale che va ad esplodere (dopo la presentazione nella lingua madre) nel sound abrasivo tipico dela band.
Antonio P è il nuovo videoclip dei padovani Riaffiora. Realizzato da Cristian Guerreschi (già al lavoro per Teatro degli Orrori e Mr.Bizzarro & The Highway Experience) che lo descrive così: “Una stanza errante che vola al di sopra di una città silenziosa, lontana e inosservata. Al suo interno vi è racchiuso Antonio P, prigioniero delle pareti, prigioniero di se stesso, che esplora questo spazio metafisico e si chiede se ciò che la stanza contiene lo rappresenti in qualche modo. Il suo contatto con la realtà sembra irraggiungibile e forse l'unica via di fuga resta nell'abbandonarsi alla sua follia, abbandonando ciò che lo lega al passato e svanendo come un ricordo di qualcun altro, nel silenzio.”
FUCKED UP - the chemistry of common life A SILVER MOUNT ZION - born into trouble as the sparks fly upward TOMYDEEPESTEGO - chronophage MONO - under the pipal tree DAVID SYLVIAN - manafon DAVID SYLVIAN - brilliant trees EMPEROR - anthems to the welkin at dusk
a breve usciranno 2 EP di Lettera32. Nuove cose provenienti da ReggioEmilia. Usciranno per Sussdiaria, etichetta che finalmente prenderà vita... 32 copie in cd, fatti a mano e numerati, e scarico.
Non mi aspettavo una grande prova, da Emma. Del resto, andar via dalla 4AD sbattendo la porta per la scarsa considerazione, la scarsa diffusione e la cattiva distribuzione di watch the fireworks, è un atto di coraggio, e tornare all'ovile Chemikal Underground per pubblicare il nuovo album avrebbe di necessità fatto mancare l'apporto piu' pop ed orecchiabile, e quindi la mediazione destinata all'ascolto piu' facile ad un pubblico piu' vasto.
E allora the Law of the large numbers, prodotto da Paul (Savage, marito -coraggioso- e straordinario batterista degli stessi Delgados) è nient'altro che il frutto della loro presenza del vecchio gruppo. Nudo, monocorde, scarsamente melodico, manca completamente delle impennate pop di paper and glue, del pathos meraviglioso dell'optimist, degli slanci veloci dell'omonima in Watch The Fireworks.
Ma è cosí onesto, è cosí pollockiano, che non riuscirei a non amarlo, a non amare la sua voce, cristallina, amara, chiara e dolcissima.
acquisti della settimana: MASSIVE ATTACK - heligoland THIN WHITE ROPE - moonhead DAVID SYLVIAN - manafon IHSAHN - after FUCKED UP - the chemistry of common life
Arancia meccanica è “tautologicamente” un perfetto meccanismo cinematografico seppur bizzarro e, dunque, coerente con l'espressione “cockney” del libro di Burgess che ispirò Stanley Kubrick: “strano come un’arancia meccanica”. Un’opera (stilisticamente) nata nel futuro che ha rivoluzionato il cinema, la storia del costume, l’uso della musica applicata alle immagini, la recitazione. Come ha sostenuto Enrico Ghezzi in un celeberrimo castoro: da vedere, da sentire, da studiare, da conservare… …e trattandosi d'un film di Kubrick non avrebbe potuto essere altrimenti: il regista, infatti, ha sempre piegato ogni spunto narrativo alla sua dimensione di autore inflessibile e rigoroso ma, a suo modo, anche visionario. Ciò che conta, pertanto, è il linguaggio della “cosa cinema”: una cornucopia da cui estrarre ogni possibile effetto. “Arancia meccanica”, in questo senso, è una girandola di soluzioni visive che s'intrecciano ai temi più ricorrenti dell’opera del maestro: l’uso incalzante della camera a mano nelle scene di combattimento a mani nude e, soprattutto, nelle sequenze più violente (l’aggressione allo scrittore nella sua abitazione e l’uccisione della signora dei gatti), l’insistito carrello all’indietro (quando Alex si reca nel negozio di dischi, “la promenade” dei drughi in prossimità della piscina prima del regolamento di conti, l’attraversamento del bosco di Georgie e Dim per il pestaggio di un Alex “normalizzato” dalla cura Ludovico), la perfezione della simmetria “geometrica” della messa in scena (tutte le sequenze girate in interni, in specie nel Korova Milk Bar, a casa di Alex e in prigione), l’alternaza del “ralenti” con l’accellerazione in apnea dell’orgia tra Alex e le due ragazze rimorchiate al negozio di dischi e la centralità – di matrice espressionista - dello sguardo del protagonista sempre in primo piano (tutto il film, in realtà, esprime il punto di vista di Alex a partire dalla voce fuoricampo con cui si rivolge agli spettatori) riassunto magistralmente durante la cura Ludovico in cui i suoi occhi tenuti sempre aperti da pinzette divaricatrici esemplificano simbolicamente l’orrore e il disgusto sprezzante di Kubrick per l’essere umano. Un film realizzato con un budget povero (appena due milioni di dollari) e con una velocità inconsueta diventa l’archetipo della creatività più sfrenata: i costumi space-age-pop di Milena Calonero - plasticosi e dai colori violentemente acidi - definiscono la volgarità di una futuribile era del cattivo gusto e si fanno beffe della presunta eleganza inglese dissacrandone gli elementi portanti (la bombetta tipicamente british che indossano i drughi e il bastone da passeggio, così edwardiano, che trasformandosi in spadino ne ribalta il tranquillizzante uso comune). Raffinatissimo, ancorchè psicologicamente destabilizzante, l’impiego della musica come stimolo sensoriale e irritante provocazione: le sinfonie beethoveniane (sconvolgente l’impatto della nona utilizzata diversamente e come contrapposizione durante il trattamento psichiatrico a cesura tra un “prima dionisaco” e un “dopo cupo e doloroso”), l’overture rossiniana, il popolare “Singin’ in the rain”…arrangiati elettronicamente con il moog di Walter/Wendy Carlos con un’efficacia senza pari. L’obiettivo di Kubrick è evidente: l’identificazione società repressiva e individui violenti filtrato dalla lente delirante e amorale di A-lex (non a caso il nome del protagonista gioca sul doppio significato di conduttore/amorale). (...segue nei commenti...)
Il senso di un percorso musicale all'insegna del cambiamento risiede non solo nel desiderio prometeico di esplorare nuovi territori sonori ma è anche legato, indissolubilmente, all'inquietudine psicologica, alla percezione – più o meno consapevole – della propria inadeguatezza. Spingersi più in là (nell'ignoto) equivale ad un gesto di sfida verso noi stessi ed i nostri limiti, al tentativo, cioè, di superarli o, comunque, di esorcizzarli come fossero paure qualsiasi. Il "corpus" musicale di David Sylvian non può essere scisso dalla figura di un artista stravagante (nell'accezione di colui che vaga per strade poco battute) e per nulla incline ad assecondare il gusto comune, interamente proteso alla costruzione di sonorità che rappresentino il proprio mondo interiore e lo cristallizzino con precisa nettezza. La pubblicazione di "Manafon" recide con forza quel debolissimo filo che teneva legato l'autore inglese ad un passato (grandissimo) in qualche labile maniera riconducibile allo showbiz. L'esperienza glam-pop con i Japan approdati mirabilmente - sulla via di Damasco della new-wave - all'elaborazione di un sound originale che fosse il trait d'union fra rock occidentale, suggestioni elettroniche orientaleggianti e ritmica afro, le magistrali armonizzazioni delle prime opere da solista (almeno fino a "Secrets Of The Beehive"), le delicate tessiture melodiche, le contaminazioni continue a definire ambiti musicali in bilico tra il lirismo della forma canzone tradizionale e atmosferizzazioni impalpabili...sono ormai alle spalle. "Manafon" è probabilmente la fine (?!) di un viaggio iniziato con "Blemish", l'approdo ultimo d'una sperimentazione che mai potrà essere più rigorosa e radicale, l'adesione incondizionata ad un approccio sonoro non-musicale assimilabile a precedenti esperienze (di matrice avanguardista) sviluppate da Brian Eno, Scott Walker, Keith Kenniff. I nove brani che compongono appena il disco e che intrecciano lo scacco esistenziale del suo autore con rimandi citazionisti all'opera del poeta Ronald Stuart Thomas (cui "Manafon" è di certo ispirato) sono caratterizzati dalla straordinaria semplicità minimalista delle partiture, asciugati da qualsiasi fronzolo sonoro quasi seguissero un personalissimo flusso di coscienza del suo autore senza nessun orpello sovrastrutturale. Sylvian lavora per sottrazione, realizzando un'opera in cui le note riecheggiano di tanto in tanto come se provenissero da spazi sonori distanti e differenti ad interrompere la centralità della (sua) voce impegnata nella declamazione di versi che rivelano paura e tormento interiore. Riverberi lontanissimi di pianoforte e violoncello nell'apertura di "Small Metal Gods" la cui delicatezza viene spezzata da interferenze elettroniche ad evidenziare il dramma della perdita della fede religiosa, dissonanze rumoriste (opera di Fennesz e Evan Parker collaboratori di lusso) fanno capolino in "The Rabbit Skinner" contrapposte alle scarne note "hard bop" di un sax, alla dolcezza malinconica del piano e del violoncello e alla voce di Sylvian che racconta la sepoltura di un uomo qualunque. La tensione drammatica del pianoforte di "Random Acts of Senseless Violence" che prefigura un'apocalisse esistenziale lascia il passo in "The Greatest Living Englishman" alle sperimentazioni dei musicisti giapponesi Akiyama, Sachiko, Nakamura e Yoshihide che accompagnano tra rimandi classicheggianti e rumori di fondo le considerazioni amare dell'artista sul suicidio come "extrema ratio" all'impossibilità di vivere la vita nella pienezza delle proprie possibilità. Tutti i brani, dunque, oscillano tra labili distorsioni e la leggerezza di scarsi frammenti sonori, tra asperità soffocate e la pacata dolcezza della voce di Sylvian a definire un vacuum sonoro che è la metafora del vuoto interiore dell'autore. La title-track che chiude il disco è, in questo senso, l'emblema stesso dell'opera: l'uomo in fondo alla valle è Sylvian novello R.S.Thomas, gli stivali piantati nell'erba sono i suoi, il sogno di fuga è identico. Forse il viaggio non è ancora concluso. Sarà necessario una volta di più attingere alle proprie risorse interne (se ce ne sono ancora). Buona fortuna, David! ...e buon cinquantaduesimo compleanno ( courtesy of Musicletter )
La musica dei “Calibro 35” non potrebbe essere più contemporanea. Cadono in errore tutti coloro che ritengono sia un semplice omaggio alle soundtracks dei b-movies degli anni ’70. Le analogie, infatti, tra la decade più controversa, oscura e violenta del ‘900 (periodi bellici ovviamente esclusi) e gli anni “orribili” che viviamo sono più d’una… Le composizioni di questa band, pertanto, potrebbero costituire il sottofondo più appropriato a definire il “suono” della nostra epoca “infelix” tra recessione economica, degrado ambientale, disgregazione sociale, crisi istituzionale e…conflittualità interpersonale. Pur essendo privi di parti vocali e, quindi, di un testo che espliciti direttamente qualsiasi forma di disagio umano, i brani dei “Calibro 35” riescono ad atmosferizzare, comunque, tutta la cupa tensione emotiva individuale e sociale che introitiamo ogni giorno. Vista la mirabile capacità di entrare in sintonia con gli umori profondi di un momento storico così particolarmente delicato, il nuovo disco del gruppo – “Ritornano Quelli Di... Calibro 35” - acquista il valore prezioso di un imprescindibile documento storico-culturale, una specie d’istantanea che partendo da sonorità lontane nel tempo fotografa perfettamente il presente diventando fonte di conoscenza (musicale e non) per il futuro. La qualità delle composizioni (alla fine è questo che più preme al fruitore dell’oggi, la filologia è materia per i posteri) è straordinaria e, ovviamente, non potrebbe essere altrimenti in considerazione dell’analisi fin qui avanzata: un crogiuolo sonoro che fonde alla perfezione il funky più elettrico al jazz-blues, il prog-rock alle colonne sonore, la blackploitation alla psichedelia, il soul della motown al beat in un’infinità di rimandi che fa girare la testa anche all’appassionato più scafato. Rispetto al disco d’esordio prevalgono le composizioni originali (otto su tredici) ma anche gli omaggi resi con cinque “storici” brani a musicisti mai abbastanza celebrati (uno su tutti: Stefano Torossi, il meno noto, il Dio della musica li benedica solo per questo) sono strapazzati nell’arrangiamento da una ruvidità nevrile che li rende complementari al suono degli inediti. Musicisti in stato di grazia, produzione sontuosa ma ottimamente bilanciata, collaborazioni prestigiose (la sezione di fiati), artwork realizzato dal maestro Giovanni Nistri, uno dei più importanti illustratori di locandine della storia del cinema internazionale (Antonioni, Fellini, Kurosawa e Kubrick…tanto per gradire…). Ogni commento relativo a questo disco non può evitare l’iperbole. Per intenderci allora limitiamoci a dire, soltanto, che è un capolavoro. (...segue nei commenti...)
Ciao a tutti, scusate lo spam ma è per la nobile causa dell'indiepop. Per chi sta a Milano e dintorni, questa sera alla Casa139 ci sono in concerto gli Still Flyin' con supporto dei The Calorifer Is Very Hot! e a seguire MarinaP (Vitaminic, Rolling Stone, BlowUp) e il sottoscritto che mettono un po' di dischi, anche se non so bene quanta gente di lunedì a Milano si fermerà dopo. Vabbè comunque era per dirvi che a questo giro nel collettivo di San Francisco oltre a Sean Rawls ci sono Mark Monnone dei Lucksmiths, Wyatt Cusick e Yoshi Nakamoto delle Aislers Set e qualcun altro dei Ladybug Transistor che adesso non mi ricordo ma che Padda dei Le Man Avec Les Lunettes (quello che troverete all'ingresso) sa di sicuro. Al banchetto del merchandising invece c'è Josephine Olaufsson dei Love Is All, e secondo me se insistiamo un po' magari sale anche lei sul palco per un coro o due. Insomma, dai, è una bella serata. Chi li ha visti in questi giorni è uscito dal live con un super sorriso. L'idea è quella di fare una festa: se vi va venite, supportate e passate parola, il tour è stato messo in piedi in maniera molto fai-da-te ma con molto ammmore.
I "Parenthetical Girls" sono i testimonial ideali della pop music. Chiunque - ad esso ideologicamenti ostile, per pregiudizio, per pigrizia ma anche per pura scelta estetica o convinzione profonda - avessse la ventura d'immergersi nel flusso sonoro di questo bizzarro ensemble, avrebbe certamente più d'un fondato motivo di riflessione sulle infinite possibilità che il pop concede di sperimentare ben oltre, dunque, i limiti strutturali del suo formato classico. I tre dischi che hanno pubblicato, fino ad oggi, sono figli dell'audacia, il segno incontrovertibile d'una diversità "sonora" che è riflesso inconscio di un'inquietudine non pacificata, a ben vedere, però, percebile - e per questo motivo inequivocabile- nell'ambiguità del cantate Zac Pennington e nella glacialità snobistica degli altri componenti. Le ragazze "tra parentesi" sono una vistosa anomalia dell'odierno panorama musicale, un'inquietante cesura delle certezze, una spina "freak" piantata nelle maglie dell'ovvio senso comune. Per questo motivo, chi vi scrive si compiace all'annuncio dell'uscita d'un nuovo lavoro - "Privilege" - che dovrebbe vedere la luce presumibilmente entro maggio del 2011. Dopo aver dirottato con "Entanglements" l'indiepop sulle impervie traiettorie del detournement sonoro piegandolo con sghembi arrangiamenti camerisitici ad un pastiche barocco v'è la certezza che il risultato non potrà non essere meno che indefinito ed inconsueto. Piacevole sorpresa, in ogni caso, è data dalla decisione della band di anticipare la pubblicazione ufficiale dell'opera con l'uscita di 5 EP: uno ogni tre mesi. Il tentativo - chissà - di aggiornare i propri fans delle fasi di lavorazione del disco accompagnandoli per mano nell'ascolto fino al parto finale. Il (primo) frutto di questa scelta altrettanto inusuale è "Privilege, Pt.1: On Death & Endearments"(previsto fra qualche giorno: il 23 febbraio) che sarà editato in appena 500 copie ed illustrato dalla svedese Jenny Mörtsell. Un EP composto da quattro straordinarie micro-suites che arricchiscono il progetto "Parenthetical Girls" di ulteriori affascinanti prospettive. L'unico elemento di continuità - il "trait d'union" con il passato - infatti, è il falsetto dolente di Pennington, le sonorità, invece, esplorano territtori differenti affrancandosi dall'artificio orchestrale di "Entanglements". L'incedere ritmico è dolcemente cadenzato per tutta la durata dei quattro brani: attraversa il disperato minuetto folk-rock di "Someone Else's Muse" vagamente Arcade Fire, si congiunge allo straziato coretto di "On Death & Endearments" - funerea marcetta sospesa fra le suggestioni della Kate Bush di "Hounds of Love" e le prime gelide pose dei Roxy Music - per affondare languida nella trasfigurazione tragica di "I found drama", ninna nanna impalpabilmente eterea quanto soprendentemente vibrante. La gemma più preziosa e lucente del lotto, però, è quella iniziale...in qualche modo legata alle esprienze musicali precedenti e, come da molti gustamente osservato, glam-oriented non solo nella matrice sonora ma soprattutto nell'impostazione vocale. Accompagnato da un video meraviglioso - caratterizzato da lente carrellate laterali e da accattivanti rimandi figurativi - trae il suo fascino dalla sublime performance di Pennington che conferisce al brano una "allure" di tristezza cosmica.
"...I wouldn't make a good wife for anybody..." scrisse in un bigliettino "Evelyn McHale" prima gettarsi dall'86° piano dell'Empire State Building. Cadde su una limousine, ne piegò le lamiere ma il suo abito non si sgualcì...dignitosa e composta anche nella morte... (...segue nei commenti...)
La cometa di Halley ritornerà nell'estate del 2061...... (wikipedia)
....Fascino, eleganza e qualità saranno garantiti per certo da due canzoni, ambedue cantate da voci femminili: Malika Ayane fa addirittura a meno del ritornello nella sua "Ricomincio da qui", elusiva, eterea, bellissima. Irene Grandi torna a vendicare la clamorosa esclusione di "Brucia la città" (nel 2007) presentandosi con il medesimo autore, l'ispiratissimo Francesco Bianconi di Baustelle che questa volta ha inventato un agrodolce addio d'amore incorniciato da "La cometa di Halley". Due perle. (la repubblica)
Il sagace umorista e blogger cicciorigoli per conto del sito melodicamente ci parla del festival: "Mi son perso l’inizio con Paolo Bonolis e Luca Laurenti ma, capirete, stavano i Simpson su Fox. Eppure mi dicono sia stato il momento più bello, però anche la puntata in cui Homer vuole fare il presidente dell’azienda municipale della nettezza urbana non era male.
Si comincia con Irene Grandi. Stavo ancora mangiando il risotto, quindi l’ho sentita a spizzichi e soprattutto a bocconi, mi ricordo solo che sembrava una canzone dei Baustelle, anche perchè l’ha scritta quello dei Baustelle. Ci si chiede perché non l’abbiano cantato i Baustelle bensì Simona Ventura. Voto: 6 (soprattutto per colpa del risotto).
Valerio Scanu: Il codino parla da solo. E anche la sciarpa. Mi ricordo che c’era un lago e diceva 80 volte amore. Potrebbe vincere, quindi. Voto: Televoto.
Toto Cutugno. Di sicuro andrà benissimo nell’Est Europa, dove Toto ha un gran seguito. Forse non tutti sanno che uno dei siti più cliccati di Toto Cutugno è il fan club romeno, mentre il secondo risultato in Google è il fan club spagnolo. Ecco, Toto, lasciaci un buon ricordo e parti presto per una tournée mondiale che non contempli l’Italia. Ha cantato male, anche se averlo visto più pienotto rispetto all’anno scorso fa piacere. Voto: 3 (1 punto va all’ingrassamento del Cutugno nazionale, se si presentava come l’anno scorso pigliava 2).
Arisa: Divertente mentre la ascolti, appena finita la canzone ti accorgi di aver perso momenti importanti della tua vita in cui avresti potuto aggiornare il curriculum oppure telefonare ai tuoi genitori per dire loro che gli vuoi bene. Assomiglia sempre più a un cartone animato ma comincia ad avere meno rispettabilità delle Super Chicche. Voto: 5 (che scalerà di un punto ogni volta che la ascolterò alla radio).
Nino D’Angelo: Nino si presenta con accanto le tette di Maria Nazionale, poi guardi meglio e sul palco c’è anche Maria Nazionale. La canzone è anche bella, però ho capito solo Jamme Ja (anche se si intitola “Jammo Ja”. Perché con la “o”?). Per il resto l’ho canticchiata utilizzando stereotipi quali pizza, mandolino, Vesuvio e Bassolino. Voto: 6 (2 punti dei quali vanno alle tette di Maria Nazionale).
Pupo, Emanuele Filiberto e il tenore Cacalicani: La canzone inneggiante alla nostra Patria bella è il motivo migliore per andarsene dall’Italia. Se avessero cantato questa canzone prima del referendum Monarchia/Repubblica avrebbe vinto l’astensionismo. Commento della mia fidanzata: “Pupo, il Principe e il Tenore è il prossimo film di Natale della Disney”. Voto: 12.718.641 (I voti a favore della Repubblica nel referendum).
Enrico Ruggeri: Questa canzone era evidentemente la continuazione di Mistero. Si parla tanto di plagio, non so se l’autoplagio vale lo stesso. Commento della mia fidanzata: “Sta rivelando finalmente qual era il Mistero!”. Voto: 5 (3 punti vanno però al ricordo di quando cantava Contessa).
Marco Mengoni: Vestito come lo Sheridan (il liquore, non il tenente), il trionfatore di X Factor che sa cantare, e bene, ci regala una canzone di una bruttezza devastante che però, lo sappiamo, ci dovremo sorbire in radio fino a farcela piacere. Grazie per il regalo, ma mi sa che lo riciclerò al primo compleanno disponibile. Menzione speciale per i capelli, una chiara sfida alla legge di gravità e a diverse leggi dello stato italiano. Come se non bastassero gli oltraggi di Pupo, Emanuele Filiberto e il tenore Cacalicani. Voto: 5 (ma solo perchè il ragazzo è bravo, la canzone invece si merita di tornare a Settembre. Del 2047).
Dopo le recentissime manifestazioni d'intolleranza, ronde leghiste, cariche violente agli extracomunitari e soprattutto a seguito di una legislazione che, introducendo il monstruum del reato di clandestinità, viola palesemente i più elementari diritti umani sanciti nella dichiarazione universale dell'ONU, Le Monde s'interroga sull'enigma Italia chiedendosi come sia possibile che un paese che ha visto emigrare all'incirca 27 milioni di suoi cittadini in tutto il mondo, sia diventato un sinistro avamposto xenofobo. “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”...questo principio, però, sembra non riguardare (più) un paese per il quale l'approccio migliore ad un problema complesso come l'immigrazione sembra essere diventato nella migliore delle ipotesi una forma tutta particolare di neo-colonialismo di ritorno in cui il riconoscimento dei diritti dell'individuo non è implicitamente connesso al suo status di “essere umano” ma subordinato allo svolgimento di un lavoro... ... La Banca Mondiale con preoccupazione indica l'Italia come il paese più corrotto dell'occidente. Costerebbe (la corruzione) agli onesti contribuenti (a tutti coloro che pagano le tasse: a noi, dunque) quasi 40 miliardi di €uro l'anno e costituisce l'autentico freno ad un reale sviluppo economico e sociale di questa nazione: non ha senso, infatti, progettare una riforma del welfare o tagliare spese o servizi (misura che esaspera tensioni sociali sempre più evidenti) se esiste questa cupa manomorta sul cittadino e, soprattutto, se vengono sottratti impunemente al fisco più di 200 miliardi di €uro... ... Imbarbarimento della cosa pubblica (lo scandalo della “prostituzione civile” lascia sgomenta la stampa di mezzo mondo), crisi economica degrado politico, conflittualità sociale, incapacità progettuale e invecchiamento della classe dirigente, conflitto d'interessi, impoverimento culturale, elitès sempre più autoreferenziali... In un paese ingessato e affacciato (immobile) sull'abisso il mezzo di comunicazione più diffuso effettua ogni giorno la più colossale opera di brain-washing di massa: i problemi vengono cancellati dai notiziari in favore di notizie insignificanti, minimizzati o, più semplicemente, ridotti a chiacchiericcio insensato da bar-sport. In un paese addormentato, dunque, davanti ad un televisore-balia-della-coscienza-collettiva che non deve disturbare il sonno della ragione (o almeno del buon senso) anche il più grande spettacolo popolare non può e non deve turbare il pensiero unico del “facciamo finta che...tutto va ben...”. Il festival (de che...?) sanremese di quest'anno è in perfetta sintonia con il processo di normalizzazione deciso dagli spin-doctors berlusconiani: semplice, mai eccessivo nei toni, condotto understatment da una presentarice col carisma di un impiegato del catasto, rassicurante come può essere la banalità. Declassato al rango di show qualsiasi, perfettamente intercambiabile con mille altri (ecco a voi il calciatore famoso e il super ospite di turno), se possibile più dimesso, in cui anche gli apparenti momenti di trasgressione (vedi lo strip di Dita von Teese) fanno parte di uno scontatissimo clichè (la liturgia dello spettacolo tv prevede sempre un tanto di fi*a) e quelli più patetici (la vicenda Morgan con tanto di lettura del brano e cordoglio moraleggiante della Clerici) sono così finti che nessuno (neppure i protagonisti) ci crede lontanamente un po'... In un contesto così privo di autentica vitalità – vengono alla mente le nature morte del buon vecchio “Baschenis” - i cantanti s'agitano (qualcuno meglio, qualche altro peggio) come simulacri evanescenti sul palco al rtimo di suoni che nel dormiveglia sono lontane eco di brani mediocri. Persino l'eliminazione (altrettanto scontata...a me, però, il brano di Nino D'Angelo piaceva) scivola via senza particolari sussulti (le finte vibrate polemiche sono sempre materia da talk del giorno dopo): fra uno sbadiglio di noia mista a stanchezza e lo zapping compulsivo allo spettatore ormai esausto non resta che sprofondare nel meritato riposo. La messa è finita: domani si ricomincia...
“Barry Lyndon” fu scritto, prodotto, girato e montato in poco meno di tre anni. Incredibile: l'autore che impiegò sette anni per realizzare “Full metal jacket” e (addirittura) dodici per “Eyes wide shout” ebbe la capacità di “plasmare” perfettamente un'opera di sovrumana complessità in un tempo relativamente breve. Già nel 1967 – quando la lavorazione di “2001: Odissea nello spazio” volgeva alla fine – il regista, alle prese con il progetto sulla vita di Napoleone poi abbandonato, iniziò a costruire un immenso archivio storico mettendo da parte un gran numero di stampe, quadri e documenti d'epoca. Il materiale accantonato costituirà, inevitabilmente, il gigantesco serbatoio a cui “Barry Lyndon” attingerà per autoalimentare la sua forma sublime. Dopo la visionarietà – ai limiti del delirio psichedelico - di “2001: Odissea nello spazio” e il grottesco apologo di “Arancia meccanica” - costruito con una circolarità ad orologeria (nomen omen) che tutto deforma eppur tiene insieme - Kubrick decide d'avvalersi d'una narrazione lineare, scevra da qualsiasi tipo d'artificio. Lo strumento di cui egli si serve per penetrare il secolo dei lumi descrivendo il percorso umano di Redmond Barry è la letteratura inglese del '700 (il film è disseminato di citazioni da Defoe e Smollet) ma il romanzo di William Thackeray (The memories of Barry Lyndon) che costituisce il sostrato dell'opera viene depurato dei suoi elementi picaresco-satirici (in cui era presente una buona dose di moralismo) e della sua struttura di racconto in prima persona. Kubrick , infatti, adotta una più funzionale narrazione oggettiva in cui la voce fuori campo si limita a descrivere in maniera asettica gli avvenimenti senza esprimere alcun giudizio: la successione dei fatti (ambientati nell'epoca più tumultuosa del genere umano) mescolati al fusso visivo è analisi puntuale ed esaustiva – in quanto distaccata - della Storia propriamente intesa. Le vicende dell'avventuriero Barry, dunque, sono metafora delle trasformazioni contraddittorie dell'uomo moderno, la sua ascesa fulminante e la caduta altrettanto repentina lo specchio di un mondo che si evolve in maniera tumultuosa ed inarrestabile (la rivoluzione francese è alle porte). Una prospettiva rovesciata e rovesciabile che è anche il segno dello stile kubrickiano e il paradigma di una poetica tutta giocata sulla identifcazione tra personaggio e contesto storico/narrativo (il professor Humbert in “Lolita”, l'Alex di “Arancia meccanica”, Jocker in “Full Metal Jacket”). L'opera, nonostante i riconoscimenti ed il favore dell'Academy Awards hollywoodiana (caso più unico che raro per questo autore), ebbe un successo inferiore al previsto presso il pubblico a dispetto della bellezza figurativa che lo caratterizza e che è il suo indiscutibile punto di forza. Le scene, infatti, rimandano con frequenza ai tableaux vivants settecenteschi anche nelle sequenze più violente dove è straordinario l'ordine simmetrico (il match di boxe a mani nude, la battaglia con i francesi, l'aggressione di Barry al figliastro Lord Bullingdon) e, d'altronde, le inquadrature del film s'ispirano alle opere pittoriche di Gainsborough, Chardin, Watteau. Kubrick girò con la luce naturale (uno dei modi possibili per trasfigurare l'essenza del XVIII?) o con la luce delle candele per le scene notturne utilizzando filtri e lenti particolari in dotazione alla NASA, montò sulla MDP una videocamera per risolvere il problema della scarsa messa a fuoco da parte degli operatori, per le scene in esterni s'avvalse per davvero d'ambienti reali, allestì con l'aiuto della costumista Milena Calonero una sartoria che realizzasse completamente gli abiti di scena. Ogni elemento del film, pertanto, è il frutto d'uno studio accurato così che l'impatto sullo spettatore sia efficace nella sua veemenza e Kubrick, a tal proposito, non risparmia, come al solito verrebbe da dire, accorgimenti visivi frutto della sua arte magistrale: le carrellate all'indietro e l'uso insisto ed innovativo di zoom al contrario (celebre quello del duello che inizia con il primo piano sulle pistole e termina con l'inquadratura piena in campo lungo sui due uomini nella radura). (...segue nei commenti...)
Ho letto al riguardo recensioni deliranti, ma non credo di sentire da molto tempo un gruppo americano che suoni così europeo come i Local Natives. Gorilla Manor è una bella esperienza musicale, pop e tastierine delicate, coretti ed elettronica. Provateci. Gorilla Manor
BERTOLADRI "Più intercettazioni escono, più si capisce perché le vogliono abolire. Non c’è niente di meglio che ascoltare la nostra classe dirigente, anzi digerente, e i nostri imprenditori, anzi prenditori, per capire da chi siamo governati. Eppure, grazie alle inchieste di Espresso, Repubblica, Annozero, Report e Il Fatto, chi fossero Bertolaso e la sua band si poteva intuirlo. Solo un’informazione serva e salivare poteva scambiare questo bluff semovente, travestito da calciatore della Nazionale, per “un servitore dello Stato nel mirino dei giudici” (Vespa, Pompa a Pompa), “il virgilio delle catastrofi, la straordinaria normalità, jeans&polo, voce piana e forte appeal, l’uomo che piace a tutti tranne che ai magistrati che provano a inzaccherargli la divisa” (Mario Giordano, Libero anzi Occupato), “un efficace organizzatore” (Sergio Romano, Pompiere della Sera), “un tecnico capace ed efficiente” (Littorio Feltri, il Geniale), “l’homus berlusconianus (sic), quello del ‘basta con le chiacchiere’, della politica del fare, dei metodi spicci, lo zar di tutte le emergenze” (Peppino Caldarola, Il Riformatorio), “un uomo che fa del bene e quindi viene perseguitato” (il Banana). Ora, grazie alle intercettazioni, anche i non vedenti e i non scriventi sanno chi è e di chi si circonda: un cenacolo di stilnovisti che, molto fisionomisti, si autodefinivano “cricca di banditi”, “immersi in un liquido gelatinoso ai limiti dello scandalo”, “combriccola”, “gente che ruba tutto il rubabile”, “bulldozer”, tipi “da carcerare”. Infatti sono stati accontentati. Siccome anche la toponomastica ha un peso, l’appaltatore-elemosiniere di Bertolaso, Diego Anemone, risiede in via Regalìa: più che un indirizzo, una vocazione. Infatti, per rastrellare contanti per gli incontri con San Guido, si rivolgeva a un prete, don Evaldo, per gli amici “don Evà”. Ma le mazzette erano soprattutto in natura, ultima evoluzione di Tangentopoli: fuoriserie e aerei a sbafo, ristrutturazioni e divani gratis, escort e massaggi tutto compreso, assunzioni di figli e domestici. Ecco, la famiglia prima di tutto: Angelo Balducci, uno dei BertoBoys, tenta di piazzare il figlio: “Compie 30 anni e io mi chiedo come padre: che ho fatto per lui? Un cazzo”. Un genitore esemplare. La regola è non pagare mai il conto: quando Anemone in versione marina organizza soggiorni all’Argentario per Carlo Malinconico, segretario generale di Palazzo Chigi e poi presidente degli Editori di giornali, precisa: “Mi raccomando, non è che si distraggono e gli fanno il conto!”. Non sia mai. In altre telefonate sembra di riascoltare i furbetti del quartierino. Fazio: “Ho messo la firma”. Fiorani: “Tonino, sono commosso, io ti ringrazio... ho la pelle d’oca... ti darei un bacio sulla fronte ma non posso farlo... prenderei l’aereo e verrei da te, se potessi”. Ora un altro dei BertoBoys, Fabio De Santis, meravigliosamente definito dalla burocratjia della Protezione civile “soggetto attuatore”, dice ad Anemone: “Dammi un bacio sulla fronte”. Anemone va un po’ più in giù: “Dove vuoi, pure sul culo se mi dai una buona notizia”. Altri ingredienti ricordano i sistemi di Bancopoli, Calciopoli e Parmalat, col controllo sulle sole variabili impazzite rimaste: non il Pd, figuriamoci, ma i pochi giornalisti e magistrati che ancora fanno il proprio mestiere. Il giornalista spione riferisce quel che sta per scrivere Fabrizio Gatti sull’Espresso, mentre – secondo l’accusa – il procuratore aggiunto di Roma Achille Toro spiffera notizie agl’indagati (l’avevano già pizzicato nel caso Unipol, infatti coordinava le indagini sui grandi eventi). Completano il quadro le “ripassate” di Bertolaido a Francesca e a un’altra signorina (“una fisioterapista di mezza età”, garantisce il premier, sempre informatissimo), ma a scopo di “terapia” per “riprendermi un pochettino”. E aggiungono un tocco di berlusconianitudine al tutto (il listino del Beauty Salaria include il “trattamento fango”, 65 euro tutto compreso). Ce n’è abbastanza per l’immediata nomina di San Guido a ministro, con legittimo impedimento incorporato: un Bertolodo." (Marco Travaglio, il fatto quotidiano, 12.02.2010)