visto che il maestro lime (credo sia opera sua) ha pensato (giustamente) di far sparire il buon panatta nei meandri di icepink, che ne dite di pensare ad un brano (uno solo) a testa, per la compilescion sugli anni ottanta?
Per il suo rientro in patria (dove mancava da dieci anni) e, soprattutto, dopo le feroci polemiche seguite a “La via lattea”, Luis Buñuel cerca (e trova) ispirazione nelle pagine più tranquille di uno degli autori spagnoli più amati: Pèrez Galdòs. Il realismo di tipo naturalistico del grande scrittore e l’acuta descrizione della decadenza sociale iberica alla fin de siècle (ma nel film l’azione si svolge negli anni ’30 a Toledo invece che a Madrid) nelle schermaglie del controverso rapporto fra la giovane Tristana e l’anziano Don Lope viene stravolta da Buñuel in maniera ferocemente sottile fino ad assumere i contorni di un vero e proprio trattato di acida misoginia ed implacabile condanna dei perbenismi e dei conformismi della borghesia più reazionaria e delle ipocrisie del cattolicesimo più bigotto. L’opportunismo ondivago della ragazza che non respinge le avances del suo tutore, che in un primo tempo abbandona per gettarsi nelle braccia del giovane pittore Horacio e dal quale, poi, ritorna una volta scoperto d’avere un tumore alla gamba (che le sarà amputata) e che, infine, sposa per denaro appare come la metafora del disprezzo buñueliano per un mondo femminile freddo e calcolatore, profondamente falso, pronto a rinnegare affetti ed aspirazioni ideali (Tristana rinuncerà ad una vita artistica con l’uomo che ama) pur di godere non solo delle migliori cure mediche ma in particolare degli agi connessi ad uno status sociale alto-borghese. La celebrazione del matrimonio con Don Lope, imposto dal parroco per regolarizzare la sconveniente situazione di convivenza fra i due protagonisti, è il segno per l’autore della profonda insensatezza della ritualistica cattolica, il momento in cui si congiungono e si saldano due pianeti diversi ma ugualmente inautentici: la borghesia e la chiesa (i bersagli preferiti di Buñuel) per i quali “apparire” secondo lo schema delle convenzioni (per l’una) o dei precetti (per l’altra) deve prevalere sempre e comunque sui moti dell’animo. L’autore sembra apparentemente rinunciare ai provocatori stilemi surrealisti (non mancano, però, le scene madri) in favore di una narrazione descrittiva e, in taluni casi, persino melodrammatica (prontamente riscattata, però, dall’ironia) per sfuggire alle maglie strette della censura franchista disseminando, però, l’opera di una innumerevole serie di significati simbolici che mirabilmente rappresentano le angustie morali della provincia. Gli oggetti, infatti, i gesti, lo spazio stesso sono immersi nei colori opachi della fotografia “sporca” di Josè Aguayo che molto s’ispira alle opere del Velazques e di de Riberia e che contribuisce alla creazione di un’atmosfera cupa accentuata, per di più, da numerosi piani-sequenza che trasformano i luoghi in immaginari quanto opprimenti labirinti che rappresentano bene la situazione di oggettiva “impotenza” dei personaggi e l’ambiguità morale in cui si dibattono. Il finale del film in cui Tristana, fingendo di telefonare al medico, lascia morire Don Lope vittima d’un attacco cardiaco è la (terribile) certificazione buñueliana della prevalenza delle forze infere dell’animo umano e l’aria fredda dell’abbondante nevicata che invade la stanza quando la ragazza apre la finestra gela soprattutto il cuore degli spettatori.
A memoria del quarantennale del capolavoro buñueliano celebrato in questi giorni a Cannes con la proiezione di una copia restaurata. “Alcuni film sono eterni”, ha detto la meravigliosa protagonista del film Catherine Deneuve…
dal corriere.it La camicia con cui il premier giapponese si è presentato ad un barbecue e che ancora oggi fa parlare di lui come di «fashion disaster»...
fighissimo! da usare come cover per la prossima compilescion pop.....
DeVries - Death to god "Death to God is possibly the greatest Manchester album never to have been made in Manchester. a beautiful piece of work. Yes it sounds like it was recorded under a rain cloud but it’ll entertain you from start to finish. Simple. Precise. Haunting. Special. Death to God is a must have for all of those who spend more time looking at their shoes than should be considered healthy. Don’t miss it." Damian Leslie, Incendiary Magazine
Lucknow Pact - Open your arms Lucknow Pact's new album" Open Your Arms" is released on April 5th 2010 and is the first we've heard in a long time from this Gothenburg band, which debuted in 2005 with the acclaimed album "Youth is for the old". The first single from the new album is titled "Don't Turn To Stone" and is best described as a Spanish salvation army facing a Swedish pop orchestra with sweet music arising.
Enjoy!
Minotaurs - Eat Yr Hate Despite being preoccupied by the darker side of human nature, Minotaurs are far from cynical gloom peddlers. Their music is loaded with two things rare in contemporary British guitar music; sincerity and substance. They find the lust behind sentiment, the worm in the apple, shards of glass in the glitter and make lifes ugly truths both beautiful and haunting. Old Hollywood images of red-dress clad women being carried into the sun are contrasted with the uncomfortable reality of relationships red in tooth and claw. Intricate arrangements and striking melodies take the edge away from lyrics dealing with loss, co-dependence, the stifling and occasionally recuperative nature of home.
Le "Rivoluzioni a pochi passi dal centro" sono quelle di là a venire, vagheggiate passando le giornate al bar tra patetici tentativi d'abbordaggio, risate insensate e spacconate tra amici, storie vissute o, per lo più, inventate e solenni bevute. Nell'attesa (improbabile) di cambiare la propria vita è più facile e consolatorio immaginare di essere altrove, magari nella Francia dei films visti al cinema di Godard o di Truffat, fascinosa e a portata di mano appena poco più sù, dopo le Alpi, lontana dalle brume sabaude. Il disco d'esordio dei torinesi "Verlaine", prodotto da Giancursi e Lo Mele dei "Perturbazione", dopo una manciata di ep, è una sorta di manuale di sopravvivenza per maniaci sentimentali dai cuori infranti, in perenne scacco esistenziale, che distilla sapientemente nell'apparente brevità - otto brani appena - gocce di spleen romantico con raffinatissime sonorità retrò da "orchestrina scalcinata ad assetto variabile" (come amano definirsi). Melodie delicate di tastierine "bontempi" si impastano alla dolcezza di una viola tra riverberi di chitarra, loops elettronici, rumori di strada, voci su nastri pre-registrati e sincopi malinconiche in un'atmosfera che attraversa la musica d'autore italiana (il Lucio Battisti della prima ora ma anche i Non voglio che Clara) e il folk-rock d'oltreoceano, il catalogo "Morr-Music" e la profusissima ironia amarognola pierociampiana percepita qui come autentico antidoto al male di vivere. I "Verlaine" confezionano un'opera dalla grazia direttamente proporzionale all'understatment che li contraddistingue che non può non entrare nell'olimpo delle "cose sonore" più care. Una sola controindicazione: genera forte dipendenza. (...segue nei commenti...)
La brevissima poesia di Sandro Penna letta dalla piccola Giorgia nella conclusiva title-track "I Moralisti" condensa il senso dell'opera seconda degli "Amor Fou". L'invocazione laica ad un equilibrio interiore nell'epoca della disgregazione morale ed il ritorno "necessario" ad un'innocenza fanciullesca come nuovo umanesimo testimoniato dalle voci dei bambini nella parte iniziale del brano alla maniera dei "Comizi d'Amore" di pasoliniana memoria E prima...tanti ritratti di personaggi gli uni diversi dagli altri, a ribadire non solo la difficoltà di una "reconductio ad unum" etica ma probabilmente anche l'inutilità della ricerca d'un tratto comune nelle vicende umane che, al contrario, proprio per la loro diversità, definiscono ciascuna i contorni di un estremo relativismo morale. Pertanto, le storie di Enrico "Renatino" De Pedis, boss della famigerata banda della Magliana, della suicida omosessuale Anita, delle insicurezze della madre di "Le promesse", della pericolosa attrazione d'un sacerdote per un ragazzo, del politico qualunquista di turno sono la metafora della parcellizzazione atomistica d'una società che fluttua nell'impossibilità di trovare un orizzonte di senso condiviso e, dunque, incapace di fare scelte che abbiano per oggetto il bene comune. Il formato decisamente "concept", la sua pensosa complessa profondità, la ricchezza dei rimandi letterari non fanno, però, de "I Moralisti" un'opera artificiosamente intellettuale: a differenza de "La Stagione del cannibale", più algido e analitico, Raina spinge il pedale sulle emozioni che arrivano, questa volta. diritte al cuore dell'ascoltatore avvolgendolo alla perfezione nella disillusa e malinconica amarezza del disco. Le atmosfere elettroniche del debutto qui vengono accantonate in favore di sonorità più analogiche a sostegno del lodevole progetto di rinnovamento della tradizione musicale italiana assimilabile, per esempio, ai tentativi già posti in essere da Paolo Benvegnù. Con raffinata naturalezza gli "Amor Fou", quindi, coniugano il beat radiofonico di "Peccatori in Blue Jeans" alla robustezza post-punk di "Dolmen", il cantautorato degregoriano di " Il mondo non esiste" alla new wave più nevrile di "a.t.t.e.n.u.r.B" (geniale il campionamento della squallida invettiva del ministro contro il presunto parassitismo del mondo della cultura italiano che fatto girare al contrario assume le fattezze di un'allucinata nenia aliena), il luciobattisti di "Filemone e Bauci" al brit-pop-rock-già-un-classico-baustelliano della splendida "Cocaina di domenica", le inquietudini melodiche da soundtracks cinematografiche di "De Pedis" e di "Anita" alle acrobazie sonore di "Un ragazzo come tanti" che tiene insieme Blonde Redhead e Wilco, canzone d'autore d'oltralpe a folk italico gucciniano e tanto altro ancora... Il fatto, dunque, che la Emi Music Italia abbia deciso di pubblicare in extremis un disco sostanzialmente autoprodotto (che sarebbe dovuto uscire per la Tempesta / Venus) non è solo una strordinaria opportunità per la band ed il segno che nelle case discografiche esiste ancora qualcuno in grado di apprezzare la musica "alternativa" al nulla da classifica ma soprattutto il riconoscimento al valore assoluto di un'opera che può essere definita solo in un modo: capolavoro. (...segue nei commenti...)
DEFTONES - diamond eyes BONNIE "PRINCE" BILLY - ask forgiveness THE FORESHADOWING - oionos dEUS - pocket revolution LONG DISTANCE CALLING - avoid the light NEGURA BUNGET - om CULT OF LUNA - the beyond DUSTIN O'HALLORAN - piano solos vol. 2
Ebbene si sul loro Myspace dicono di un date in Italia.... Intanto ne fanno una a Londra..... Ma se vengono in Italia sarebbe come se la maggica vincesse lo scudetto!!!! Ce porto pure Balotelli!!!!
DAVID BAZAN - curse your branches BARREN EARTH - curse of the red river ELBOW - asleep in the back DEFTONES - deftones MASTODON - blood mountain PAN AMERICAN - white bird release
...in quella polemica di parole ed immagini che è la vita..."
A partire dal secondo dopoguerra si sviluppano negli Stati Uniti correnti alternative all'entertainment seriale hollywoodiano favorite dalla diffusione e dalla fruibilità delle nuove tecnologie e, soprattutto, dall'influenza del surrealismo e dalle avanguardie artistiche europee. Cineasti come Kenneth Anger, Sidney Peterson, Maya Deren (tra gli altri...) pongono le basi del cinema underground a stelle e strisce con un'audacia pari alla fantasmagoria creativa ma soltanto negli anni '60 le tendenze all'innovazione filmica, emerse in precedenza prepotenti ma caotiche con il beat ginsbergiano, l'estetica pre-videoclippara di "Scorpio Rising" e lo strutturalismo di Michael Snow, saranno codificate in maniera - per quanto possibile - più organica. Nasce il "New American Cinema" (a cui aderiscono una ventina di registi) movimento tumultuoso che si propone il superamento della tradizione al confine fra la performance, il realismo e la multimedialità perseguendo l'espansione dell'esperienza dello schermo in altre forme espressive. In una posizione intermedia tra la sperimentazione provocatoria del new cinema - di cui, però, non firma il manifesto - ed il cinema narrativo si colloca l'opera di John Cassavetes a cui "fuori orario" dedica stanotte "(no)made in USA" a cura di Francesco Di Pace con la programmazione di "Faces" (1968) e di "Una moglie" (1974). "Ombre" - presentato e osannato dalla critica a Venezia nel 1959 - aveva rappresentato certamente per l'autore esordio folgorante di innovazione linguistica che, semi-improvvisato sulla (falsa)riga di un canovaccio, mescolava in maniera spregiudicata una tecnica ispirata al neorealismo, al documentario e alla (già onnipresente) tv con un ritmo liberamente modulato sulla colonna sonora di Charles Mingus ma è con "Faces/Volti" che Cassavetes si spinge nell'esplorazione d'uno sperimentalismo radicale. Girato nell'economia dei 16 mm con due cineprese è un work in progress sul tema della crisi matrimoniale a cui l'autore dalla enorme mole di riprese effettuate (esisteva una versione di quattro ore e, comunque, più di 150 ore di materiale registrato) conferisce forma organicamente accettabile passando quasi quattro anni nella sala di montaggio adattata nel garage della sua abitazione. I 125 minuti dell'opera definiscono (ed afferrano, pertanto) i contorni dell'essenza stessa di un modo di pensare e fare cinema che, pur fiero della sua indipendenza e scevro da compromessi mercantili, emerge dall'indistinta e sterile oscurità dell'underground per mostrare attraverso gli "sguardi" tesi e disperati dei volti dei protagonisti ciò che il perbenismo confina nell'invisibilità: il fallimento (esplicito) della coppia metafora del fallimento (inevitabile) delle costruzioni sociali borghesi. Il film, radicale improvvisazione che discende dal cinema "diretto" dei Rouch e dei Rogosin, è affresco claustrofobico sulla dissoluzione dei sentimenti, dispersione incongrua ma al contempo lucida e nitidamente percepibile analisi delle incomprensioni, delle nevrosi, delle solitudini e, dunque, delle (inevitabili) sconfitte che sconquassano le unioni tra gli uomini e le donne. Un manifesto sull'incomunicabilità umana che Cassavetes mai più oserà mostrarci con tanta nuda atrocità.
SAXON SHORE - it doesn't matter EYEHATEGOD - dopesick SHRINEBUILDER - shrinebuilder JONSI & ALEX - riceboy sleeps CAVE IN - jupiter JOHN GRANT - queen of Denmark GOD IS ANA ASTRONAUT - god is an astronaut NACHTMYSTIUM - doomsday derelicts
Alzino la mano quanti ricordano i meravigliosi Czars. Splendida, oscurissima band capitanata dal talentuoso vocalist e pianista John Grant, posizionata più o meno tra Scott Walker, Mark Lanegan, con virate quasi dark/ossessive e tristi fiati . Io, che sono uno tra i pochi italiani, credo, ad averli visti live (essì, supportavano The Album Leaf, fecero cinque canzoni e aprirono con quella che poi scoprii essere “drug”, che ,ovviamente, mi stese), non li ho dimenticati. Dopo il magnifico cover album “sorry I made you cry”, le notizie si fecero incerte e, dopo la solita combinazione di abusi vari e frustrazione per mancanza di riscontro (ricordo che per registrare “goodbye” indissero una sottoscrizione tra i fans!), arrivò lo scioglimento. Ma John Grant ha continuato, grazie a qualche entità che dirige i nostri destini, a scrivere canzoni. E la sua strada ha incrociato quella dei magnifici Midlake, compagni di etichetta (Bella Union), i quali si sono perdutamente innamorati di quelle che John, nei momenti di resurrezione dal baratro, proponeva dal vivo. Lo hanno preso e portato a casa loro, a Denton, Texas. Hanno interrotto le lavorazioni del loro ultimo “the courage of others” per darsi da fare ad arrangiare, registrare e produrre queste canzoni, la narrazione dell’adolescenza e della crescita di un giovane omosessuale in una cittadina di provincia americana, abitata da rednecks razzisti e dispersa nel nulla. Ne esce, vivaddio, un album a nome John Grant, intitolato “queen of denmark”, ed è semplicemente magnifico. Non è cambiato granchè, nella scrittura di Grant. Propende sempre per il dramma puro, assoluto, lento, pianistico, che dà alla sua voce incredibile modo di distendersi e vibrare. C’è, però, qualche novità: scorre, sotterranea, una vibrante energia glam, propria di certe ballate di David Bowie, dei lustrini di Gary Glitter, una sorta di grazia un po’ sguaiata, fatta di trucco sfatto e serate vane spese tra drink e sessualità adombrata di peccato e pentimento. Ci tranquillizza subito, il buon John: si parte con tre slow (“TC and the honeybear”, “I wanna go to Marz” e “where the dreams go to die”) da brividi, che fanno subito accapponare la pelle: è qui, è lui, è tutto (o meglio niente) a posto. Ma gli andamenti caracollanti (che fanno pensare addirittura, con un pianoforte “battente”, al Paul McCartney migliore, quello di Penny Lane) di “sigourney weaver”, “chicken bones explicit” e “silver platter club” ci svelano un John Grant ignoto, vizioso e lascivo, anche se sempre malinconico di un post orgasmic chill o di down da coca. E la sintesi perfetta di queste anime si ha nella inattaccabile “JC hates faggots” (dove la solita ballata è governata e condotta da solenni synth quasi space) e “caramel” (dove il nostro esplora i territori dove abitano Antony e Baby Dee). Bravissimi anche i Midlake. Masterpiece. (...nei commenti...)
E mentre voi vi trastullate con rane, estati enigmistiche e san franceschi, gli ODP a Prato concludono il concerto con una versione EPOCALE di allarme...