ordunque ci siamo. il dado è tratto. nick è il regista. siete tutti invitati. due canzoni a testa. cominciate a pensarci su. questo è il post(o) giusto.
La battaglia quotidiana con la precaretà dei sentimenti e dei desideri. La vocazione personale, come avesse vita propria, s'impone tuttavia, sempre. Forse un libro per chi pensa, a torto, di poter rovistare tra i meandri del proprio essere senza correre il rischio di essere travolti dalla verità che gli è propria. Per chi vorrebbe cantare le gesta di Luigi XII di Svezia, ma nel frattempo frigge patatine in un fast food.
Che un'autrice dotatissima, di mezza età (ma francamente ancora bellissima) inquieta e controversa, che fa film per interrompere la sua (principale) attività di pittrice... ...riuscisse a vincere un pacco di premi "oscar" e per di più con un'algida rappresentazione dell'inumano prossimo venturo (o già compiuto...fate voi) contro un kolossal avvenieristico è la dimostrazione che - forse - non tutto è definitivamente perduto e che il cinema è una sorpresa sempre nuova ed inaspettata. Se non lo avete visto (fu presentato a Venezia nel 2008)...correte a scaricarlo...
qualche settimana fa, era sera, giacevo distrutto in una sorta di coma/dormiveglia sul divano di casa. più o meno un violento ko tecnico le cui cause si potevano ascrivere (nell’ordine che desiderate) ad una lunga e noiosissima giornata di lavoro, all’artrosi cervicale, al disgusto per la cronaca politica nazionale, allo schifo per la programmazione insulsa della televisione generalista, a due pesti di nome tommaso e giorgia rispettivamente di dieci e tre anni e mezzo. e se volete aggiungete pure una dose troppo grande di parmigiana di carciofi.
insomma, me ne stavo in questo stato semivegetativo davanti al televisore acceso (finalmente in casa tutti erano crollati e ronfavano alla grande) cambiando canale come un automa. d’improvviso la svolta. su telenorba sette (o otto, non ricordo bene, ma non è rilevante) mi appare davanti l’incredibile trash movie balneare del 1983 “stesso mare stessa spiaggia”. un film chiaramente fuori tempo massimo, nato con l’evidente intento di ricalcare il successo dei vari sapore di mare del periodo. un film allucinante, scialbo e noioso come pochi, improponibile sotto tutti i punti di vista. una piattezza senza fine, sceneggiato male e recitato peggio. ma così candidamente trash da rasentare il sublime.
una roba così dovrebbe darmi la botta finale, ed invece, contro ogni spiegazione logica, mi risveglia dal torpore. comincio a seguire il film come in uno stato di ipnosi, pubblicità comprese. avanti, nella notte, scena dopo scena. alla fine, la scoperta. il destino che si compie. la verità che si rivela. il motivo di tutto. la sigla finale. questa:
Ci risiamo. E' amore! A primo ascolto, come accadde per Bloc Party, The Dears per citare un paio di nomi. Mi spiego meglio. E' universalmente risaputo, sin dalla formulazione della teoria degli opposti ad opera di Eraclito, per passare ad Hegel e giungere a Croce, per non parlare delle Upanishad e i Veda di tradizione indù, che ciò che apparentemente sembra repellersi ed attrarsi in un moto circolare, alla fin fine è destinato, detto molto sommariamente e rudemente - mi scuseranno i filosofi presenti in sal(otto)a - ad un unico epilogo: sostanziarsi in una sintesi. Tutta sta manfrina per dire che cosa? Che quando una voce di tradizione ed impostazione black - e quindi (luogo)comunemente concepita come calda, sensuale, soul - si sposa con sonorità più algide e sintetiche o più semplicemente rockeggianti, a me garba parecchio. E' il caso di questo trio londinese che sta maleducatamente impossessandosi del mio lettore mp3. Buon ascolto.
In Absentia non è solo un disco. “In Absentia” è l'opera di Antonello Pelliccia, con la collaborazione di Gianni Macalli e Paolo Roderi, sonorizzata live dalla band Kobayashi il 5 e 6 giugno 2009 alla 53° edizione della Biennale di Venezia.
In seguito al successo di questa performance i Kobayashi decidono di portare in studio questo viaggio strumentale e di pubblicarlo, a distanza di un anno dall'esordio sulla lunga distanza con l’omonimo “Kobayashi”. La filosofia è sempre la stessa, nessuna regola e molta voglia di sperimentare. Così il trio carrarese si scambia spesso gli strumenti e si muove alla ricerca di nuove sonorità non solo chitarristiche, ma anche tramite l’utilizzo di theremin, marimba, vocoder, microkorg e gakken. Air motel è una suite dalle tinte elettriche addolcita dal violoncello di Lara Vecoli, mentre su Detournement si danza ed è da segnalare l’intervento al sax di Alberto Benicchi (strappato al jazz per sesssanta secondi). L'intreccio di synth iniziale di Vendramin? è il giusto momento per mettersi comodi e aspettare l'arrivo del reading storto e distorto di Laura Pugno che con le sue posie arricchisce un finale dal ritmo sempre più incalzante. Lei non sa chi sono io è una sorta di “marcia” finale che va ad esplodere (dopo la presentazione nella lingua madre) nel sound abrasivo tipico dela band.
Antonio P è il nuovo videoclip dei padovani Riaffiora. Realizzato da Cristian Guerreschi (già al lavoro per Teatro degli Orrori e Mr.Bizzarro & The Highway Experience) che lo descrive così: “Una stanza errante che vola al di sopra di una città silenziosa, lontana e inosservata. Al suo interno vi è racchiuso Antonio P, prigioniero delle pareti, prigioniero di se stesso, che esplora questo spazio metafisico e si chiede se ciò che la stanza contiene lo rappresenti in qualche modo. Il suo contatto con la realtà sembra irraggiungibile e forse l'unica via di fuga resta nell'abbandonarsi alla sua follia, abbandonando ciò che lo lega al passato e svanendo come un ricordo di qualcun altro, nel silenzio.”
FUCKED UP - the chemistry of common life A SILVER MOUNT ZION - born into trouble as the sparks fly upward TOMYDEEPESTEGO - chronophage MONO - under the pipal tree DAVID SYLVIAN - manafon DAVID SYLVIAN - brilliant trees EMPEROR - anthems to the welkin at dusk
a breve usciranno 2 EP di Lettera32. Nuove cose provenienti da ReggioEmilia. Usciranno per Sussdiaria, etichetta che finalmente prenderà vita... 32 copie in cd, fatti a mano e numerati, e scarico.
Visto che Tiz è in maternità e non può scrivere post su se stessa, ci penso io a scriverne una su me stessa. 10 motivi per non scrivere su icepink:
Sono stata assunta [*] Sto organizzando unfestivale sto - letteralmente - impazzendo [*] Non mi va di scaricarmi troppi dischi, preferisco poche ma buone serietv [*] Ho paura ad iniziare un post [*] Ho tanto lavoro da fare [*] Devo dare da mangiare alle mie galline di farmville [*] Devo andare dall'estetista [*] Devo fare liste [*] Sto facendo un corso per web video maker [*] Non ci sono scuse per non scrivere su icepink, basti 'sti social cosi e torniamo tutti nel salotto. Proprio tutti.
Dopo una pausa durata quasi quattro anni è uscito - nell'indifferenza generale, Regno Unito esluso - "Is there nothing we could do?", il nuovo lavoro di Damon Gough, meglio conosciuto come Badly Drawn Boy. Sebbene colonna sonora del film tv "The fattest man in Britain", andato in onda in Inghilterra e che inutilmente sto tentando di procurami, il disco può considerarsi a tutti gli effetti come il "ritorno" musicale di uno fra gli autori più sensibili e raffinati della sua generazione. Un lavoro completamente anomalo anche rispetto alla media dei prodotti assimilabili ad un certo cantautorato folk-pop di cui il nostro fa (o ha fatto) parte. Predominano, infatti, gli stacchi strumentali (e questo è persino ovvio trattandosi di una colonna sonora) e nelle ballate di cui è disseminato il disco è davvero esigua la presenza di incisi vocali: quando ci sono, le parole sono sussurate e calibrate. "Is there nothing we could do?" È dunque, tutto caratterizzato da un intimismo sincero quanto agrodolce, privo di fronzoli barocchi, da cui traspare una rassegnazione pacificata e serena di fronte alle sconfitte dell'esistenza. Le melodie cristalline - il ragazzo sarà pure disegnato male ma è sempre stato un compositore eccelso - sono impreziosite dalla presenza d'un quartetto d'archi che fornisce ai brani il sapore d'un vagito malinconico. I toni non si distaccano quasi mai, pertanto, da questo clima soffuso e lieve, fanno eccezione le ondulazioni da banda paesana di "Welcome me to your world" e la marcetta increspata di "Wider than a smile" che s'interseca efficacemente alla fine con il tema sonoro della bellissima title-track ("Is there nothing we could do?"). Damon Gough è per sua stessa ammissione ormai lontano dai meccanismi spietati del mercato discografico: la sua assenza dalle scene musicali - i proventi dei pochi concerti fatti negli scorsi anni, ultimo tour compreso, sono regolarmente devoluti ad associazioni benfiche - è la dimostrazione d'un rifiuto radicale delle logiche mercantili che governano lo showbiz, corente con dichiarazioni inequivocabili fatte a suo tempo. Il lirismo di questo disco e la sua austera integrità sonora testimoniano, però, che le qualità dell'autore sono ancora vive, auspici - e chi vi scrive lo spera ardentemente - di future prove musicali altrettanto valide...e non troppo distanti nel tempo. Se c'è qualcosa a cui questo mondo non può rinuciare è la bellezza. Unica che possa tentare di cambiarlo...in meglio. A presto, allora, Damon... (...segue nei commenti...)
enver nella sua ambasciata ne dice un gran bene. a giudicare dalla gustosa anteprima dal titolo "peccatori in blue jeans" dovrebbe trattarsi di un album strepitoso....
...cosa volete che ce ne freghi se piove sul bagnato e l'estate dura poco....
Non mi aspettavo una grande prova, da Emma. Del resto, andar via dalla 4AD sbattendo la porta per la scarsa considerazione, la scarsa diffusione e la cattiva distribuzione di watch the fireworks, è un atto di coraggio, e tornare all'ovile Chemikal Underground per pubblicare il nuovo album avrebbe di necessità fatto mancare l'apporto piu' pop ed orecchiabile, e quindi la mediazione destinata all'ascolto piu' facile ad un pubblico piu' vasto.
E allora the Law of the large numbers, prodotto da Paul (Savage, marito -coraggioso- e straordinario batterista degli stessi Delgados) è nient'altro che il frutto della loro presenza del vecchio gruppo. Nudo, monocorde, scarsamente melodico, manca completamente delle impennate pop di paper and glue, del pathos meraviglioso dell'optimist, degli slanci veloci dell'omonima in Watch The Fireworks.
Ma è cosí onesto, è cosí pollockiano, che non riuscirei a non amarlo, a non amare la sua voce, cristallina, amara, chiara e dolcissima.
acquisti della settimana: MASSIVE ATTACK - heligoland THIN WHITE ROPE - moonhead DAVID SYLVIAN - manafon IHSAHN - after FUCKED UP - the chemistry of common life
Arancia meccanica è “tautologicamente” un perfetto meccanismo cinematografico seppur bizzarro e, dunque, coerente con l'espressione “cockney” del libro di Burgess che ispirò Stanley Kubrick: “strano come un’arancia meccanica”. Un’opera (stilisticamente) nata nel futuro che ha rivoluzionato il cinema, la storia del costume, l’uso della musica applicata alle immagini, la recitazione. Come ha sostenuto Enrico Ghezzi in un celeberrimo castoro: da vedere, da sentire, da studiare, da conservare… …e trattandosi d'un film di Kubrick non avrebbe potuto essere altrimenti: il regista, infatti, ha sempre piegato ogni spunto narrativo alla sua dimensione di autore inflessibile e rigoroso ma, a suo modo, anche visionario. Ciò che conta, pertanto, è il linguaggio della “cosa cinema”: una cornucopia da cui estrarre ogni possibile effetto. “Arancia meccanica”, in questo senso, è una girandola di soluzioni visive che s'intrecciano ai temi più ricorrenti dell’opera del maestro: l’uso incalzante della camera a mano nelle scene di combattimento a mani nude e, soprattutto, nelle sequenze più violente (l’aggressione allo scrittore nella sua abitazione e l’uccisione della signora dei gatti), l’insistito carrello all’indietro (quando Alex si reca nel negozio di dischi, “la promenade” dei drughi in prossimità della piscina prima del regolamento di conti, l’attraversamento del bosco di Georgie e Dim per il pestaggio di un Alex “normalizzato” dalla cura Ludovico), la perfezione della simmetria “geometrica” della messa in scena (tutte le sequenze girate in interni, in specie nel Korova Milk Bar, a casa di Alex e in prigione), l’alternaza del “ralenti” con l’accellerazione in apnea dell’orgia tra Alex e le due ragazze rimorchiate al negozio di dischi e la centralità – di matrice espressionista - dello sguardo del protagonista sempre in primo piano (tutto il film, in realtà, esprime il punto di vista di Alex a partire dalla voce fuoricampo con cui si rivolge agli spettatori) riassunto magistralmente durante la cura Ludovico in cui i suoi occhi tenuti sempre aperti da pinzette divaricatrici esemplificano simbolicamente l’orrore e il disgusto sprezzante di Kubrick per l’essere umano. Un film realizzato con un budget povero (appena due milioni di dollari) e con una velocità inconsueta diventa l’archetipo della creatività più sfrenata: i costumi space-age-pop di Milena Calonero - plasticosi e dai colori violentemente acidi - definiscono la volgarità di una futuribile era del cattivo gusto e si fanno beffe della presunta eleganza inglese dissacrandone gli elementi portanti (la bombetta tipicamente british che indossano i drughi e il bastone da passeggio, così edwardiano, che trasformandosi in spadino ne ribalta il tranquillizzante uso comune). Raffinatissimo, ancorchè psicologicamente destabilizzante, l’impiego della musica come stimolo sensoriale e irritante provocazione: le sinfonie beethoveniane (sconvolgente l’impatto della nona utilizzata diversamente e come contrapposizione durante il trattamento psichiatrico a cesura tra un “prima dionisaco” e un “dopo cupo e doloroso”), l’overture rossiniana, il popolare “Singin’ in the rain”…arrangiati elettronicamente con il moog di Walter/Wendy Carlos con un’efficacia senza pari. L’obiettivo di Kubrick è evidente: l’identificazione società repressiva e individui violenti filtrato dalla lente delirante e amorale di A-lex (non a caso il nome del protagonista gioca sul doppio significato di conduttore/amorale). (...segue nei commenti...)
Il senso di un percorso musicale all'insegna del cambiamento risiede non solo nel desiderio prometeico di esplorare nuovi territori sonori ma è anche legato, indissolubilmente, all'inquietudine psicologica, alla percezione – più o meno consapevole – della propria inadeguatezza. Spingersi più in là (nell'ignoto) equivale ad un gesto di sfida verso noi stessi ed i nostri limiti, al tentativo, cioè, di superarli o, comunque, di esorcizzarli come fossero paure qualsiasi. Il "corpus" musicale di David Sylvian non può essere scisso dalla figura di un artista stravagante (nell'accezione di colui che vaga per strade poco battute) e per nulla incline ad assecondare il gusto comune, interamente proteso alla costruzione di sonorità che rappresentino il proprio mondo interiore e lo cristallizzino con precisa nettezza. La pubblicazione di "Manafon" recide con forza quel debolissimo filo che teneva legato l'autore inglese ad un passato (grandissimo) in qualche labile maniera riconducibile allo showbiz. L'esperienza glam-pop con i Japan approdati mirabilmente - sulla via di Damasco della new-wave - all'elaborazione di un sound originale che fosse il trait d'union fra rock occidentale, suggestioni elettroniche orientaleggianti e ritmica afro, le magistrali armonizzazioni delle prime opere da solista (almeno fino a "Secrets Of The Beehive"), le delicate tessiture melodiche, le contaminazioni continue a definire ambiti musicali in bilico tra il lirismo della forma canzone tradizionale e atmosferizzazioni impalpabili...sono ormai alle spalle. "Manafon" è probabilmente la fine (?!) di un viaggio iniziato con "Blemish", l'approdo ultimo d'una sperimentazione che mai potrà essere più rigorosa e radicale, l'adesione incondizionata ad un approccio sonoro non-musicale assimilabile a precedenti esperienze (di matrice avanguardista) sviluppate da Brian Eno, Scott Walker, Keith Kenniff. I nove brani che compongono appena il disco e che intrecciano lo scacco esistenziale del suo autore con rimandi citazionisti all'opera del poeta Ronald Stuart Thomas (cui "Manafon" è di certo ispirato) sono caratterizzati dalla straordinaria semplicità minimalista delle partiture, asciugati da qualsiasi fronzolo sonoro quasi seguissero un personalissimo flusso di coscienza del suo autore senza nessun orpello sovrastrutturale. Sylvian lavora per sottrazione, realizzando un'opera in cui le note riecheggiano di tanto in tanto come se provenissero da spazi sonori distanti e differenti ad interrompere la centralità della (sua) voce impegnata nella declamazione di versi che rivelano paura e tormento interiore. Riverberi lontanissimi di pianoforte e violoncello nell'apertura di "Small Metal Gods" la cui delicatezza viene spezzata da interferenze elettroniche ad evidenziare il dramma della perdita della fede religiosa, dissonanze rumoriste (opera di Fennesz e Evan Parker collaboratori di lusso) fanno capolino in "The Rabbit Skinner" contrapposte alle scarne note "hard bop" di un sax, alla dolcezza malinconica del piano e del violoncello e alla voce di Sylvian che racconta la sepoltura di un uomo qualunque. La tensione drammatica del pianoforte di "Random Acts of Senseless Violence" che prefigura un'apocalisse esistenziale lascia il passo in "The Greatest Living Englishman" alle sperimentazioni dei musicisti giapponesi Akiyama, Sachiko, Nakamura e Yoshihide che accompagnano tra rimandi classicheggianti e rumori di fondo le considerazioni amare dell'artista sul suicidio come "extrema ratio" all'impossibilità di vivere la vita nella pienezza delle proprie possibilità. Tutti i brani, dunque, oscillano tra labili distorsioni e la leggerezza di scarsi frammenti sonori, tra asperità soffocate e la pacata dolcezza della voce di Sylvian a definire un vacuum sonoro che è la metafora del vuoto interiore dell'autore. La title-track che chiude il disco è, in questo senso, l'emblema stesso dell'opera: l'uomo in fondo alla valle è Sylvian novello R.S.Thomas, gli stivali piantati nell'erba sono i suoi, il sogno di fuga è identico. Forse il viaggio non è ancora concluso. Sarà necessario una volta di più attingere alle proprie risorse interne (se ce ne sono ancora). Buona fortuna, David! ...e buon cinquantaduesimo compleanno ( courtesy of Musicletter )
La musica dei “Calibro 35” non potrebbe essere più contemporanea. Cadono in errore tutti coloro che ritengono sia un semplice omaggio alle soundtracks dei b-movies degli anni ’70. Le analogie, infatti, tra la decade più controversa, oscura e violenta del ‘900 (periodi bellici ovviamente esclusi) e gli anni “orribili” che viviamo sono più d’una… Le composizioni di questa band, pertanto, potrebbero costituire il sottofondo più appropriato a definire il “suono” della nostra epoca “infelix” tra recessione economica, degrado ambientale, disgregazione sociale, crisi istituzionale e…conflittualità interpersonale. Pur essendo privi di parti vocali e, quindi, di un testo che espliciti direttamente qualsiasi forma di disagio umano, i brani dei “Calibro 35” riescono ad atmosferizzare, comunque, tutta la cupa tensione emotiva individuale e sociale che introitiamo ogni giorno. Vista la mirabile capacità di entrare in sintonia con gli umori profondi di un momento storico così particolarmente delicato, il nuovo disco del gruppo – “Ritornano Quelli Di... Calibro 35” - acquista il valore prezioso di un imprescindibile documento storico-culturale, una specie d’istantanea che partendo da sonorità lontane nel tempo fotografa perfettamente il presente diventando fonte di conoscenza (musicale e non) per il futuro. La qualità delle composizioni (alla fine è questo che più preme al fruitore dell’oggi, la filologia è materia per i posteri) è straordinaria e, ovviamente, non potrebbe essere altrimenti in considerazione dell’analisi fin qui avanzata: un crogiuolo sonoro che fonde alla perfezione il funky più elettrico al jazz-blues, il prog-rock alle colonne sonore, la blackploitation alla psichedelia, il soul della motown al beat in un’infinità di rimandi che fa girare la testa anche all’appassionato più scafato. Rispetto al disco d’esordio prevalgono le composizioni originali (otto su tredici) ma anche gli omaggi resi con cinque “storici” brani a musicisti mai abbastanza celebrati (uno su tutti: Stefano Torossi, il meno noto, il Dio della musica li benedica solo per questo) sono strapazzati nell’arrangiamento da una ruvidità nevrile che li rende complementari al suono degli inediti. Musicisti in stato di grazia, produzione sontuosa ma ottimamente bilanciata, collaborazioni prestigiose (la sezione di fiati), artwork realizzato dal maestro Giovanni Nistri, uno dei più importanti illustratori di locandine della storia del cinema internazionale (Antonioni, Fellini, Kurosawa e Kubrick…tanto per gradire…). Ogni commento relativo a questo disco non può evitare l’iperbole. Per intenderci allora limitiamoci a dire, soltanto, che è un capolavoro. (...segue nei commenti...)
Ciao a tutti, scusate lo spam ma è per la nobile causa dell'indiepop. Per chi sta a Milano e dintorni, questa sera alla Casa139 ci sono in concerto gli Still Flyin' con supporto dei The Calorifer Is Very Hot! e a seguire MarinaP (Vitaminic, Rolling Stone, BlowUp) e il sottoscritto che mettono un po' di dischi, anche se non so bene quanta gente di lunedì a Milano si fermerà dopo. Vabbè comunque era per dirvi che a questo giro nel collettivo di San Francisco oltre a Sean Rawls ci sono Mark Monnone dei Lucksmiths, Wyatt Cusick e Yoshi Nakamoto delle Aislers Set e qualcun altro dei Ladybug Transistor che adesso non mi ricordo ma che Padda dei Le Man Avec Les Lunettes (quello che troverete all'ingresso) sa di sicuro. Al banchetto del merchandising invece c'è Josephine Olaufsson dei Love Is All, e secondo me se insistiamo un po' magari sale anche lei sul palco per un coro o due. Insomma, dai, è una bella serata. Chi li ha visti in questi giorni è uscito dal live con un super sorriso. L'idea è quella di fare una festa: se vi va venite, supportate e passate parola, il tour è stato messo in piedi in maniera molto fai-da-te ma con molto ammmore.